Perdita di valori? Mancanza di senso del limite e di basi educative? La risposta dei diretti interessati spiazza: «Metteteci la realtà in faccia: serve a farci imparare».
Spesso sono i fatti di cronaca a dettare i trend delle inchieste. E gli ultimi bollettini riguardanti il mondo della scuola stanno spingendo l’opinione pubblica a una pesante riflessione sul tema delle gite scolastiche. Il 15 ottobre un diciassettenne, , è precipitato dal balcone della stanza di hotel dove alloggiava, morendo sul colpo. Era a Milano con la sua classe per visitare Expo: le prime indagini degli inquirenti hanno ipotizzato un’ombra di alcol e droga tra i perché della caduta avvenuta in piena notte. Alcol trovato in dosi massicce anche nel corpo di , morto il 10 maggio sul selciato di un altro hotel milanese: anche qui una gita scolastica, anche in questo caso una caduta, anche in tale episodio il sospetto che sia stata la notte di bagordi con i compagni a dare il là alla tragedia. Due le morti italiane pure nel 2014, sempre durante viaggi di istruzione. Qualcuno sostiene che in mancanza di statistiche sia sbagliato generalizzare: queste cose succedevano anche trent’anni fa, ma non c’erano i potenti media di oggi a fare da cassa di risonanza. Qualcuno invece prova ad andare oltre. Il giornalista varesino , direttore di Rete 55, nei giorni scorsi ha postato su Facebook una riflessione: «Nella mia vita scolastica ho partecipato a molte gite. Le trasgressioni non mancavano e ogni giornata era accompagnata da una collaudata serie di scherzi, sbronze, fughe notturne …si era giovani e ci si sentiva invincibili. Nessuno, però, ha mai rischiato la pelle. Ora, a quanto vedo, le tragedie si ripetono. Semplici coincidenze? Casi isolati? O qualcosa è cambiato? Lo chiedo a voi, perché io non capisco». Lo spunto ha scatenato una serie infinita di commenti: la piazza virtuale ha ospitato le opinioni di genitori, professori, di quarantenni e cinquantenni spaesati nel chiedersi se il modo di ragionare e di agire dei giovani sia cambiato a tal punto da trasformare una gita in un’occasione di rischio per la loro incolumità, ben oltre il normale divertimento. Nessuno, come spesso accade, è andato a parlare con gli “imputati” prima di farli diventare tali. “La Provincia” ci prova con , diciottenne che frequenta il liceo scientifico di Bisuschio. Lo conosceva già: è un grande tifoso del Varese, nonché penna godibile e mai banale del blog “Eccellenza Biancorossa”.
Francesco non basta alle statistiche, non serve a tirare conclusioni. Ma è un ragazzo e sa di cosa si sta parlando. Tanto che la sua premessa è questa: «La gita scolastica, soprattutto quella dell’ultimo anno, è vissuta come un’occasione di libertà da celebrare, come un modo per liberare le energie prima degli studi finali, anche con un po’ di trasgressione. Ma a nessuno viene imposto di andare “oltre”». La questione dei limiti è centrale: «Penso che sia sempre stato così per i giovani. Più alta è l’imposizione, maggiore è la voglia di trasgredirla. Si potrebbe discutere all’infinito sul divieto per i bar di somministrare alcol ai minori di 18 anni: chi fa le leggi e chi le fa rispettare sa cosa succede poi nelle feste private? Non sarebbe meglio aiutarci a ragionare? Non siamo tutti menefreghisti attaccati all’Iphone 24 ore su 24». Con Francesco si scopre che le basi per costruirsi una misura sono quelle di sempre e che la sociologia che descrive un cambiamento generazionale un tanto al chilo non funziona: «Io – e, come me, la moltitudine che non arriva ad arrischiare la propria vita per divertirsi – i limiti li prendo dalla mia famiglia, dagli scontri che ho con i miei genitori e le loro proibizioni. Mi arrabbio tantissimo, ci litigo, ma a poco a poco mi passa il messaggio di non esagerare con le stupidaggini e arriva il senso della misura». E anche la scuola può fare molto, scendendo però dalla cattedra tout court: «Lo scorso anno è venuto a parlarci un rappresentante della fondazione Pesciolino Rosso, un padre che ha perso un figlio in seguito a un incidente dovuto all’assunzione di droga. Sono esperienze che servono tantissimo. Gli educatori non devono nasconderci il problema, non devono permetterci di schivarlo: metteteci in faccia la realtà e parlateci». Ecco: di Francesco Zecchini non ne è pieno il mondo, purtroppo. Ma credere che Francesco Zecchini sia unico e irripetibile sarebbe una sconfitta di pensiero che i nostri giovani non meritano.













