Laureati con lavoro all’Insubria Ma la nota dolente è il quattrino

Laureati con lavoro all’Insubria
Ma la nota dolente è il quattrino

I dati del XVI Rapporto AlmaLaurea, che annualmente restituisce una fotografia della condizione occupazionale dei laureati italiani coinvolgendo a livello nazionale quasi 450mila laureati di 64 università aderenti al Consorzio, parlano di un’ottima percentuale di occupazione, con buoni contratti e, considerati i tempi, ottimi stipendi.

I neolaureati dell’Insubria, però, raccontano storie talvolta diverse, soprattutto dal punto di vista della qualità dei contratti e della consistenza della busta paga.

La colpa, però, i ragazzi non la danno tanto all’università, «che comunque fa quello che può, soprattutto se si parla di placement», ma alla crisi e alle brutte abitudini dei datori di lavoro. Quelli italiani, però, perché basta andare pochi chilometri oltre confine per trovare altre realtà e trattamenti migliori, anche da stagista.

I dati sull’ateneo varesino sono stati resi noti ieri, e dipingono una realtà favorevole ai giovani che da Varese si affacciano verso il mondo del lavoro: un tasso di occupazione dei neolaureati triennali del 61%, venti punti percentuali in più rispetto alla media nazionale. Una situazione positiva, inserita però all’interno di un quadro nazionale definito «preoccupante». Per l’Università degli Studi dell’Insubria hanno preso parte all’indagine 2.068 laureati: 1.244 laureati triennali e 229 magistrali biennali usciti nel 2012 e intervistati nel 2013 e 273 laureati magistrali biennali usciti nel 2010, intervistati dopo tre anni.

Il 61% dei neolaureati triennali lavora, si diceva, mentre il 30% continua con la laurea magistrale e tra questi l’11% studia lavorando.

Il lavoro è stabile per il 38% degli ex studenti dell’Insubria, il 3,5% in più della media nazionale. Ma è sulla media dei guadagni che pesa la differenza: secondo AlmaLaurea, infatti, lo stipendio medio di un laureato dell’Insubria è di 1.147 euro netti mensili, contro i 997 a livello nazionale.

«Sono gli stipendi e le tipologie di contratto a non corrispondere – dice , laureato l’anno scorso alla triennale di comunicazione – Ad un anno dalla laurea, sono tanti i miei compagni di studi che lavorano. Ma quelli che guadagnano così tanto non sono quelli rimasti in Italia».

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