Lavoro e giovani, c’è posta per tutti Viene dal Te Deum a Busto

BUSTO ARSIZIO Crisi, giovani e una ricetta per uscire dai problemi: mettere insieme. Così don Franco Agnesi ha mandato un messaggio di speranza nel Te Deum di fine anno. Partendo da una frase nel social network. Ecco il testo integrale.

1. Carissimi sorelle e fratelli, al termine dell’anno civile la Chiesa si raccoglie per cantare il Te Deum. Lo fa negli anni sereni e in quelli difficili, perché sempre abbiamo motivi di riconoscenza, di supplica e di conversione. Saluto il Signor Sindaco, le Autorità civili e militari, i Rappresentanti delle Associazioni e delle Realtà cittadine che condividono con noi questo momento. Saluto cordialmente anche Monsignor Prevosto Emerito, i Preti, le Suore, i membri del Consiglio Pastorale e degli Affari Economici, e tutti i collaboratori. Un saluto fraterno anche ai Sacerdoti delle altre Parrocchie della Città. Ciascuno di noi avrà cercato in questi giorni i motivi per cui ringraziare, avrà fatto memoria grata dei segni che hanno accompagnato il suo cammino e dei fatti e avvenimenti che hanno segnato le nostre comunità cristiane e la nostra Città. Mi ha colpito quanto ha scritto una giovane su un social network, nello stile breve degli sms. Cose belle del 2011: avere la libertà di cambiare idea; lavorare per quello in cui si crede; trovare qualcuno; dire “noi”. Mi pare molto significativa per questa occasione la “quarta cosa bella”: dire “noi”!

Se dovessi dire qualcosa di simile come Decano direi: la Piazza San Giovanni zeppa di adolescenti col Cardinale il 10 Aprile; la Festa delle Genti multicolore della vigilia di Pentecoste; i tanti giovani della Città che a Madrid hanno condiviso cammino, fatica, disagi, carità e preghiera; tantissimi fedeli a venerare le Reliquie di Santa Bernadette per prepararsi al pellegrinaggio cittadino a Lourdes; il proficuo e paziente lavoro di ricerca di soluzioni praticabili e aperte al futuro per chi vive ai margini della Città da parte di volontari, associazioni, istituzioni.

Se dovessi dire qualcosa di simile come Parroco ricorderei l’elezione del Consiglio Pastorale, l’avvio del progetto di sostegno a famiglie in difficoltà, la presentazione del Centro Giovanile Stoà. Le presentazioni sono sempre un po’ enfatiche, ma devo dire che i primi passi sono belli e soprattutto alla ricerca di legami, di conoscenza e di stima con altre realtà giovanili ecclesiali e civili. Ma come potrei dimenticare i 104 bambini battezzati, i 117 della Prima Comunione, i 136 ragazzi della Cresime e i 45 Matrimoni celebrati? Quante cose però avrò dimenticato … E come non ringraziare il  Signore per la fede, la speranza e la carità testimoniate da sorelle e fratelli defunti che quest’anno abbiamo affidato all’abbraccio misericordioso di Dio?

Se dovessi dire qualcosa di simile come don Franco Agnesi … riuscirei a farlo solo nella preghiera personale davanti all’Eucaristia! Tra tanti personali motivi di ringraziamento accenno solo a quanto la Parola di Dio questa sera mi suggerisce. La gente rimaneva stupita udendo i pastori raccontare che l’Angelo aveva detto loro: “Oggi, nella Città di Davide è nato per voi il Salvatore”, e vedendoli tornare ai loro greggi lodando Dio dopo aver visto il segno di “un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia”. Perché questo stupore? Probabilmente perché mai avrebbero pensato a un Messia che si presenta così! Anche i primi cristiani lo furono, come ha scritto l’Apostolo Paolo nel canto liturgico riportato nella Lettera ai Filippesi: “Gesù Cristo, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso”. Ma che cosa indica questo segno che i pastori hanno visto? Indica a loro e a noi che nel massimo del disagio – la mangiatoia unico luogo disponibile – c’è il massimo della cura – avvolgere in fasce -. Una madre che nel disagio, si prende cura del bambino. Qui c’è Dio! Quante volte oggi ancora accade! L’ho visto negli occhi e nei gesti di mamme e papà in questi giorni di visita alle famiglie. L’ho visto nella cura diuturna e delicata offerta da medici, genitori, fratelli e amici a un bambino che sta per andare in paradiso. L’ho visto anche negli occhi di persone che si sono sentite accolte e aiutate, nella difficoltà economica e lavorativa, a custodire la loro dignità

2. Il segno della massima cura nel massimo del disagio mi sembra evocativo anche del nostro tempo di crisi e travaglio. Infatti, anche a chiusura del 2011 non possiamo dimenticare i gravi problemi che la crisi economica, ancora molto accentuata, ha generato e continua a generare. In particolare, dobbiamo ricordare tutti coloro che anche quest’anno hanno perso il lavoro. I disoccupati nella nostra provincia superano le 20.000 persone, con un grosso peso rappresentato dai giovani. Al 30 giugno, i lavoratori iscritti nelle liste di mobilità erano oltre 8.000; da settembre ad oggi si sono aggiunte numerose ristrutturazioni o chiusure di aziende significative, per dimensioni e rilevanza occupazionale per una perdita totale di oltre 2.000 posti di lavoro.

A queste situazioni si sommano, anche se fanno meno notizia, numerosissime piccole realtà che rappresentano ulteriori perdite occupazionali. E’ indispensabile che tutti gli interventi di politica economica si concentrino sul tema dell’occupazione; essa deve diventare obiettivo primario sia per la politica sia per gli attori sociali del Paese: senza lavoro non vi è  crescita, senza lavoro non vi è coesione sociale, senza lavoro non vi può essere condivisione fraterna, senza lavoro non solo manca la pace e la serenità nelle famiglie, ma anche nell’intera comunità civile ed ecclesiale.

C’è una frase del “Discorso alla Città” dell’Arcivescovo Angelo Scola che è risuonata il giorno di Sant’Ambrogio, che rappresenta la chiave di lettura dell’intera riflessione. “Dalla crisi si esce solo insieme, ristabilendo la fiducia vicendevole. E questo perché un approccio individualistico non rende ragione dell’esperienza umana nella sua totalità. Ogni uomo, infatti, è sempre un “io-in-relazione””. Non è un semplice richiamo alla buona volontà di tutti né un invito a riscoprire, nella difficoltà del momento, quella che siamo soliti considerare la tradizionale vocazione ambrosiana alla solidarietà. È piuttosto un monito ad andare alla radice dell’esperienza umana per scoprire che essa ci pone costitutivamente in relazione di reciproca inter-dipendenza. Contro ogni concezione individualistica dell’essere umano, che mitizza le possibilità di libertà, autonomia, successo e realizzazione individuale anche a discapito di chi ci sta accanto, e che anzi si illude di poter lasciare indietro, ai margini, chi non ce la fa ad affermarsi da sé, siamo esortati a mettere al centro dell’agire sociale, nei diversi ambiti in cui esso si realizza, la natura relazionale del nostro essere persona.

In questa visione dell’uomo si radica la nostra responsabilità per l’altro, il rispetto e la difesa della sua umanità, del suo stesso bisogno di riconoscimento. Sull’esercizio di una simile responsabilità si fonda il nostro condividere con altri una comune appartenenza, la più ampia e comprensiva che possiamo immaginare, che travalica i confini di tutte le appartenenze particolaristiche per unificarle. Non mancano voci nella comunità cristiana e civile che incoraggiano a guardare alla realtà senza spaventarsi o rinchiudersi in modo preconcetto, offrendo esempi di persone, famiglie, insegnanti, imprenditori, associazioni che “non potendo cambiare tutto subito, hanno cominciato a cambiare loro”. L’Arcivescovo ha annunciato un rilancio del Fondo Famiglia Lavoro, avviato dal Cardinale Tettamanzi, orientando l’impegno a formare le persone che hanno perso il lavoro perché un nuovo lavoro. Verranno coinvolte realtà associative che operano anche a Busto, come le ACLI e la Compagnia delle Opere. Mi auguro che ci sia un cordiale e sincero impegno comune.

Un’occasione straordinaria per condividere insieme riflessioni ed esperienze sul vissuto famigliare in relazione al lavoro e al riposo sarà offerta dal VII Convegno mondiale delle famiglie, che si terrà a Milano dal 30 Maggio al 3 Giugno 2012 con la presenza di Papa Benedetto XVI. Anche a  Busto Arsizio è giunto l’appello per ospitare famiglie e offrire disponibilità di volontariato. E’ prevista anche una “Festa in Città”, il prossimo 15 Aprile, per “scaldare i cuori” e preparare l’accoglienza; abbiamo già informato l’Amministrazione in vista di un supporto organizzativo.

3. Papa Benedetto XVI ci aiuta a guardare al nuovo anno perché sia concretamente segnato dalla giustizia e dalla pace. Si domanda: “Con quale atteggiamento guardare al nuovo anno?” Citando la preghiera del Salmo 130, il Papa invita “a guardare il 2012 con questo atteggiamento fiducioso. È vero che nell’anno che termina è cresciuto il senso di frustrazione per la crisi che sta assillando la società, il mondo del lavoro e l’economia; una crisi le cui radici sono anzitutto culturali e antropologiche. Sembra quasi che una coltre di oscurità sia scesa sul nostro tempo e non permetta di vedere con chiarezza la luce del giorno. In questa oscurità il cuore dell’uomo non cessa tuttavia di attendere l’aurora di cui parla il Salmista. Tale attesa è particolarmente viva e visibile nei giovani, ed è per questo che il mio pensiero – sono sempre le parole del Papa – si rivolge a loro considerando il contributo che possono e debbono offrire alla società”.

Il Papa ricorda che essere attenti al mondo giovanile, saperlo ascoltare e valorizzare, non è solamente un’opportunità, ma un dovere primario di tutta la società, per la costruzione di un futuro di giustizia e di pace. Si tratta di comunicare ai giovani l’apprezzamento per il valore positivo della vita, suscitando in essi il desiderio di spenderla al servizio del Bene. Le preoccupazioni manifestate da molti giovani in questi ultimi tempi, in varie Regioni del mondo, esprimono il desiderio di poter guardare con speranza fondata verso il futuro. Nel momento presente sono molti gli aspetti che essi vivono con apprensione: il desiderio di ricevere una formazione che li prepari in modo più adeguato ad affrontare la realtà, la difficoltà a formare una famiglia e a trovare un posto stabile di lavoro, l’effettiva capacità di contribuire al mondo della politica, della cultura e dell’economia per la costruzione di una società dal volto più umano e solidale. È importante che questi fermenti e la spinta ideale che contengono trovino la dovuta attenzione in tutte le componenti della società.

Il Messaggio contiene stimolanti riflessioni per gli educatori e sull’educazione alla verità, alla libertà, alla giustizia e alla pace. Scrive il Papa; “Il retto uso della libertà è dunque centrale nella promozione della giustizia e della pace, che richiedono il rispetto per se stessi e per l’altro, anche se lontano dal proprio modo di essere e di vivere. Da tale atteggiamento scaturiscono gli elementi senza i quali pace e giustizia rimangono parole prive di contenuto: la fiducia reciproca, la capacità di tessere un dialogo costruttivo, la possibilità del perdono, che tante volte si vorrebbe ottenere ma che si fa fatica a concedere, la carità reciproca, la compassione nei confronti dei più deboli, come pure la disponibilità al sacrificio”.

Il Papa conclude con un vibrante appello ai giovani: “Cari giovani, voi siete un dono prezioso per la società. Non lasciatevi prendere dallo scoraggiamento di fronte alle difficoltà e non abbandonatevi a false soluzioni, che spesso si presentano come la via più facile per superare i problemi. Non abbiate paura di impegnarvi, di affrontare la fatica e il sacrificio, di scegliere le vie che richiedono fedeltà e costanza, umiltà e dedizione. Vivete con fiducia la vostra giovinezza e quei profondi desideri che provate di felicità, di verità, di bellezza e di amore vero! Vivete intensamente questa stagione della vita così ricca e piena di entusiasmo. Siate coscienti di essere voi stessi di esempio e di stimolo per gli adulti, e lo sarete quanto più vi sforzate di superare le ingiustizie e la corruzione, quanto più desiderate un futuro migliore e vi impegnate a costruirlo. Siate consapevoli delle vostre potenzialità e non chiudetevi mai in voi stessi, ma sappiate lavorare per un futuro più luminoso per tutti”.

Confesso che la frase finale del Papa: “Siate coscienti di essere voi stessi di esempio e di stimolo per gli adulti”, mi ha inquietato. Significa che noi adulti non siamo ciò che dovremmo essere, esempio e stimolo? Mi piacerebbe parlarne, ma non c’è tempo. Ha detto il teologo Pier Angelo Sequeri: “La buona notizia è questa: ogni generazione viene al mondo con i fondamentali che deve avere; sono idealisti come noi, teneri come noi, stupidi come noi, goffi come noi che volevamo cambiare il mondo in ogni momento. La cattiva notizia è questa: trovano noi. E noi siamo un po’ cambiati”. Insomma, invece di fare gli adulti, preferiamo purtroppo rimanere giovani e così rubiamo loro il futuro.

Il noto sociologo Zygmunt Bauman, in un recente forum sul futuro del pianeta suggeriva, questa riflessione. Se il XX secolo è stata l’epoca in cui le persone si chiedevano “cosa” bisogna fare, il XXI sarà sempre più l’era nella quale le persone si faranno la domanda su “chi” farà ciò che va fatto. Chi se ne occuperà? Una comunità internazionale? Ma ci sarà? I nostri problemi sono davvero globali, ma possediamo solo mezzi locali per affrontarli. Chi se ne occuperà? Questo è il problema. Non ho risposte a questa domanda – dice Bauman – posso solo proporre alcune parole di incoraggiamento. E ricorda l’affascinante e tremenda scoperta di Edward Lorenz secondo la quale persino gli eventi più piccoli e apparentemente irrilevanti potrebbero – in funzione delle variabili tempo e spazio – svilupparsi in catastrofi inimmaginabili. E’ la famosa farfalla che a Pechino sbatte le ali e, così facendo, sei mesi più tardi cambia il percorso degli uragani nel Golfo del Messico. Bauman ricorda che in questa scoperta c’è un barlume di speranza ed è molto importante. Consideriamo cosa sa fare una farfalla; una gran quantità di cose. Non trascuriamo i piccoli movimenti, gli sviluppi minoritari, locali e marginali. Nella nostra storia umana abbiamo un numero rilevante di donne e uomini coraggiosi che, come farfalle, hanno cambiato la storia in maniera radicale e positiva. Ecco allora il consiglio – dice Bauman – che mi permetto di dare: guardiamo le farfalle, sono di vari colori, e fortunatamente molto numerose. Aiutiamole a battere le ali!

La giovane del social network ha messo anche un link con una canzone di Giorgio Gaber del 2001, che non ricordavo. Il ritornello recita così:
L’appartenenza non è lo sforzo di un civile stare insieme, non è il conforto di un normale voler bene, l’appartenenza è avere gli altri dentro di sé.
L’appartenenza non è un insieme casuale di persone non è il consenso a un’apparente aggregazione l’appartenenza è avere gli altri dentro di sé.

Nel Vangelo che abbiamo letto si dice di Maria che “meditava” nel suo cuore. In greco il verbo è sun-ballo, che alla lettera significa “mettere insieme” e richiama la parola “simbolo”. In origine il simbolo era un oggetto diviso tra i figli, così che questi, solo riavvicinando le parti, potevano verificare la bellezza dell’integrità dell’oggetto e insieme la loro origine comune. Come Maria continuiamo, nonostante tutto, a riunire, a mettere insieme la parte che ci è stata data e a non tenerla per noi stessi. Scopriremo così l’integrità del disegno di Dio e la nostra comune origine in un Padre, che è Padre di tutti. 
Buon anno 2012, camminando insieme e ristabilendo fiducia vicendevole. 

Don Franco Agnesi

m.lualdi

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