A Casbeno, non lo sa quasi nessuno, crescono le banane. Non si tratta del celebre frutto dalla forma allungata e dal colore giallo: quella rionale è una varietà definita “di montagna”, verde come tonalità, scorza dura, polpa cremosa e quasi bianca, con un sapore zuccherino e decisamente esotico.
Non siamo davanti solo ad un miracolo della tecnica: questa specie – originaria del nord America ed uno dei cibi prediletti dagli indiani di quelle latitudini – si materializza grazie alla passione ed alla cura di un “casbenatt” di altri tempi, non certo per l’età non più giovane ma piuttosto per l’entusiasmo che trasmette in tutto quello che fa, pollice verde compreso. Si chiama , è un ex tecnico della Sip ed ha una vecchia cascina con podere annesso sulla collina del Mirasole, quel declivio che da Casbeno scende fino al lago. Lì, fra frutteti di ogni tipo, campi coltivati e piantine appena innestate e “battezzate” con i nomi dai suoi nipoti cui si premura di far scoprire i miracoli della natura, manda avanti una tradizione che ha reso Casbeno “l’orto” della città e del territorio che circonda Varese.
Marcellini non ci mette solo il sudore dei campi, peraltro ingente: si informa sul web, segue corsi specifici e studia, come farebbe un professionista, tutte le variabili che sottintendono all’agricoltura. Dall’incontro con l’esperto agronomo Fabrizio Ballerio, suo mentore, l’idea e l’azzardo di provare col banano di montagna: «Seguendone i consigli – racconta – sette anni fa ho tentato di metterla in dimora. È una coltura che richiede pazienza, perché non fa frutti per i primi tre anni».
Si sa, però, che l’arte di aspettare è virtù di ogni uomo che vive a contatto con la terra. L’attesa non è stata vana: le banane ora crescono ogni stagione, a settembre ed a grappoli come le loro “cugine” più celebri, lasciando poi posto ad una splendida colorazione delle foglie dell’albero che le ha ospitate, cangianti dal verde al giallo in autunno inoltrato. «È un frutto di difficile se non impossibile commercializzazione – spiega Marcellini – perché va consumato al punto giusto di maturazione: se è troppo acerbo o troppo maturo non ha un buon sapore». Consigli per degustarlo? È ottimo nella macedonia e trova un riuscito abbinamento con un goccio di liquore.
Fare un viaggio nella conca del Mirasole significa prendere la macchina del tempo verso un mondo rurale che non tutti i varesini sanno esistere: terreni coltivati a perdita d’occhio, trattori che fanno il loro dovere a cinquant’anni dall’acquisto ed innovazione che è capace di mischiarsi alla saggezza antica, il tutto a dieci minuti di auto dal centro città. Ai coltivatori bisogna poi dire grazie anche per un altro motivo: «Il paesaggio agrario contribuisce alla difesa dell’ambiente – spiega il professor , ordinario di Geografia all’Università degli Studi del Piemonte Orientale – Senza i campi coltivati, il ruscellamento delle acque provocherebbe una serie di smottamenti dei terreni digradanti verso il lago di Varese».
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