Lidia ha lasciato la sua Casbeno. Adesso sarà lei a dire chi l’ha uccisa

Caso Macchi - Cimitero chiuso e riesumazione blindata all’alba. La parola a una scienziata

– Cimitero di Casbeno blindato: all’alba di ieri è iniziata la riesumazione delle spoglie di , la giovane studentessa varesina uccisa a soli 20 anni il 5 gennaio 1987 con 29 coltellate.Alle 5.30 di ieri gli addetti ai servizi cimiteriali, con imponente schieramento di agenti della polizia di Stato, hanno raggiunto il luogo di sepoltura di Lidia. Ampi teli sono stati sistemati sui cancelli per evitare che qualcuno potesse vedere qualcosa. I poliziotti tenevano alla larga

i giornalisti, arrivati comunque sul posto nonostante i tentativi di mantenere la riesumazione segreta. Nel cimitero erano presenti il sostituto procuratore generale di Milano, che coordina le indagini, gli agenti della squadra mobile, , difensore di , 49 anni di Brebbia arrestato lo scorso 15 gennaio con l’accusa di aver stuprato e ucciso Lidia, con il proprio consulente di parte, e (con un assistente) l’anatomopatologa forense che eseguirà autopsia e test sulle spoglie di Lidia.

A Casbeno, davanti alla tomba della figlia che visita ogni giorno, c’era , la madre di Lidia accompagnata dall’avvocato di parte civile . Per la donna si è trattato di una prova estremamente dolorosa da affrontare.
Un secondo funerale, dopo la perdita dell’amata figlia in modo tanto atroce e 29 anni di attesa per avere finalmente la verità su quella morte. La riesumazione è andata avanti per quasi quattro ore. Alle 8.30 il sostituto pg Manfredda ha lasciato Casbeno senza dire una parola.
Poco dopo le 9 il carro funebre contenente le spoglie di Lidia ha lasciato il camposanto diretto all’istituto di medicina legale di Milano. Qui inizieranno gli accertamenti sulle spoglie della giovane. I periti hanno 60 giorni per completare gli esami.
L’obiettivo è chiaro: cercare sul corpo di Lidia tracce del suo assassino. Un esame rischioso: dopo 29 anni sono limitate le speranze di riuscire a trovare tracce biologiche utili.
Si lavorerà soprattutto sui tessuti non molli come peli, denti e unghie, che hanno tempi di decomposizione più lenti. A Lidia è dunque affidata l’ultima parola.
Con le moderne tecnologie basta anche una piccola traccia biologica, anche un solo spermatozoo lasciato sul corpo dopo lo stupro, per riuscire a ricavare il Dna necessario ad un confronto con quello di Binda, già prelevato all’uomo subito dopo l’interrogatorio di garanzia davanti al gip , che ha firmato l’ordinanza che ha portato Binda in carcere.

Saranno dunque accertamenti estremamente complessi quelli che saranno eseguiti nel corso dei prossimi due mesi. Nel frattempo si avvicina la data del 29 aprile. Giorno in cui la Cassazione deciderà se accogliere o meno il ricorso presentato dai difensori di Binda pochi giorni dopo l’arresto. Se il ricorso sarà accolto, per mancanza dei requisiti atti a giustificare la detenzione cautelare in carcere (ovvero pericolo di fuga, pericolo di reiterazione del reato o di inquinamento delle prove) Binda tornerà in libertà. La verità su Lidia a questo punto è affidata alla scienza forense.