Mamma doping lavora nella sanità Tra i sospettati c’è anche un papà

Mamma doping lavora nella sanità Tra i sospettati c’è anche un papà

Se mamma-doping sbraitava al telefono le sue folli aspettative sulle prestazioni in vasca della figlia, pure papà-epo è finito nei guai, anche se non è chiaro se si procurasse le sostanze vietate per il figlio o per chi altro.

Dopo il nuoto, il ciclismo. Dagli spifferi più inquietanti che trapelano dalla maxi inchiesta condotta dalla Procura di Torino su un giro di doping nel mondo dello sport amatoriale emerge un nuovo incredibile. Non solo una mamma erbese accusata di aver dopato la figlia per vederla primeggiare in corsia, ma anche un padre sospettato di essersi riempito l’armadietto di medicinali proibiti. Il figlio di quest’ultimo pedala veloce negli under 15. E lo fa ormai da tanti anni. Il fatto che il nome del padre spunti ora all’improvviso e inaspettato tra quelli su cui gli inquirenti hanno in corso accertamenti per probabili acquisti di anabolizzanti, fa temere un nuovo caso di genitore così invasato da non preoccuparsi per la salute del figlio.

Un’assenza di remore che risulta ancor più incomprensibile nel caso di mamma-doping. La donna, infatti, lavora nella sanità comasca. Ed è lecito attendersi che conosca molto bene le conseguenze che potrebbe avere sulla salute della figlia l’utilizzo di certe sostanze.

Al telefono la donna, intercettata dagli uomini del Nas dei carabinieri, non ammetteva giustificazioni per la bimba-campionessa: «Deve vincere». Costi quel che costi. «Mia figlia non deve arrivare seconda». Dice il procuratore Raffaele Guariniello: «La posta in palio è la salute dei tanti giovani che praticano attività sportive, anche a livello amatoriale, e frequentano le palestre». Giovani che – sospettano gli investigatori – vengono trascinati da genitori negli studi di autoproclamatisi medici sportivi per incrementare le loro performance. Potrebbe essere il caso di Davide Ardigo Alfred Posca, il laureato in farmacia con studio a Carugo in via Tazzoli. Si sospetta che possa essere proprio lui il «preparatore atletico» al quale mamma-doping si è rivolta per propinare alla figlia le sostanze proibite utili a far crescere le prestazioni della baby atleta.

s.bartolini

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