Ieri splendeva il sole sui Giardini Estensi a Varese. Si rifletteva in un arcobaleno dalle mille sfumature nell’acqua sparata nel cielo dalla fontana.
Il profumo di verde, di vita, vibrava nell’aria, portato da una leggera brezza.
Non poteva esserci giornata migliore per , un ventisettenne varesino, nipote di (a cui è dedicata l’aula studi cittadina), per iniziare la sua personale lotta per la vita. Perché di questo si tratta: «Salvare la vita dei sedici cipressi che l’amministrazione ha deciso di abbattere».
Forzinetti arriva di corsa ai Giardini, sono circa le tre e mezza del pomeriggio, zaino in spalla.
Si posiziona sotto uno degli alberi, proprio dietro la fontana, lancia una fune su un ramo e inizia a salire.
Per lui è un gioco da ragazzi, infatti è istruttore di arrampicata da qualche anno e laureato in Scienze Motorie, quindi possiede tecnica e fisico per affrontare lo sforzo senza problemi.
Mentre scala l’albero racconta di protestare contro questo «scempio immotivato deciso l’altroieri». Dice di essere un «libero cittadino» e che la battaglia che si presta ad affrontare è «assolutamente apartitica».
Sale ancora di qualche metro e si ferma, forse per riprendere fiato, si gira verso di noi e sorride. Cogliamo l’occasione per stuzzicarlo un po’, dicendogli che, protesta o no, la decisione sui cipressi è stata presa ed è impossibile cambiare le cose. Lui serenamente risponde: «Anche se non riuscirò a salvarli, io sono qui con loro. Sono qui, ad accompagnare trent’anni di storia di Varese, perché è questa l’età che hanno. Sono qui perché magari il mio gesto sensibilizzerà i miei concittadini, che giustamente protestano per L’Oca, ma che purtroppo dimenticano i loro amici alberi, che sotto le loro cime hanno visto crescere e splendere questa città».
Questi sedici alberi, nella loro vita ne hanno viste di cose passare, e ogni anello del loro tronco ci racconta qualcosa che è successo in città. Hanno visto passare dal Palazzo almeno sei primi cittadini, da Sabatini della Dc ad, passando, in un battito di ciglio, per Bronzi, Monti, Fassa e Fumagalli. Non solo, avranno visto passeggiargli davanti un giovanotto, a parlare di politica.
Quei cipressi hanno festeggiato assieme a Poz e Menego lo scudetto dei Roosters, e quindici anni prima hanno visto passare Papa Wojtyla per la sua indimenticata visita al Sacro Monte.
Michele sale ancora di qualche metro, e quasi gridando per farsi sentire, ci racconta di essersi portato tutto l’occorrente per rimanere fino a domenica.
Apre lo zainetto e ci fa vedere un tablet, poi un cellulare che accenderà solo in caso di emergenza, una maglietta termica e un plaid della nonna per la notte perché, parola sua, l’unica cosa che lo spaventa di questa avventura è il freddo della notte.
Gli chiediamo come farà a mangiare una settimana, lui ci risponde di aver dietro tutto il cibo necessario e che per l’acqua confida su «qualche brava persona che vorrà riempirmi la borraccia che ho legata alla cintura».
Sotto di lui intanto iniziano ad arrivare i primi curiosi, e un paio di amiche. Arriva anche un signore anziano che gli chiede, con un’aria un po’ ironica cosa sia a fare sull’albero.
Michele gli spiega i motivi del suo gesto. Allora, il signore, corruga la fronte e domanda perché l’amministrazione varesina abbia deciso di tagliare questi cipressi, che «per sorreggere un giovanotto come te devono essere per forza in buono stato».
Il ragazzo, seduto sul ramo, gli risponde statuario: «Io le ho detto perché sono qui, dovrebbe chiedere a loro perché vogliono tagliarli. Fin ora, vere motivazioni io non ne ho sentite».
Pochi minuti dopo Michele è quasi in cima al cipresso. Si ferma ad un’altezza di una decina di metri e srotola uno striscione che recita: «Non c’è futuro senza radici».
Varese
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