Il futuro è nelle loro mani: ragazzi giovani e belli, diciottenni pieni di sogni, che si abbracciano perché abbracciandosi il mondo fa meno paura. Su internet, nel fiume d’odio che sta scorrendo dopo gli attentati di Bruxelles, c’è un video caricato dal sito belga dh.be: ragazzi, nella piazza principale della capitale belga, tra musica e abbracci (lo trovate anche sul nostro sito).
E a noi, che oggi di reagire così non saremmo capaci, è venuta voglia di dare la voce a loro: nauseati dai politicanti professionisti che squittiscono le loro verità televisive, avevamo voglia di un po’ di sincerità.
Lui si chiama Andrea Zannin, ha diciannove anni e lavora nel bar di famiglia. «Reagire con le bombe – dice – avrebbe come unico effetto quello di creare un circolo di violenza del quale non c’è bisogno, però credo che gli abbracci non bastino. Certo, è un gesto bellissimo e spontaneo, ma non possiamo limitarci a quello. Credo che un maggiore controllo alle frontiere sia qualcosa di necessario, anche se la cronaca ci dice che gli attentatori ormai sono già nei nostri paesi».
E allora? «E allora – conclude Andrea – occorre un’educazione al rispetto. Chi compie questi attentati ha trenta, quarant’anni: credo che si debba lavorare per convincere i miei coetanei che questa è la strada sbagliata. Gli adulti, da una parte e dall’altra, fomentano l’odio: tocca noi dire che un altro mondo è possibile».
Nicola Miozzo ha diciotto anni e studia al Liceo Linguistico: si appresta a fare la maturità. «Io sono più per gli abbracci che per le bombe: le bombe sono già state usate tante volte e non hanno mai funzionato, dovremmo averlo imparato ormai. E allora possiamo provare con un’altra strada: proviamo a sconfiggerli con l’amore. Ho visto il video dei ragazzi di Bruxelles e mi sono emozionato, molto: perché sorridere e abbracciarsi dopo quello che è successo non è semplice e nemmeno scontato. Però non possiamo fermarci qui, non possiamo limitarci a questo». E Nicola ha le idee chiare: «Ho letto sul vostro giornale l’editoriale di Laura Campiglio: bellissimo. Parla di differenze da difendere come un valore, e io sono d’accordo. Però è arrivato il momento, almeno per noi giovani, di provare a pensarla tutti allo stesso modo e reagire compatti. Viva le differenze, ma adesso proviamo a gridare il nostro “no” tutti insieme, e vediamo cosa succede». E non tutti i diciottenni la pensano così: «L’altra mattina quando a scuola si è diffusa la
notizia degli attentati ho sentito qualcuno che sibilava “Radiamoli al suolo tutti”. Le reazioni di pancia non vanno mai bene e con le reazioni di pancia, sia chiaro, noi perdiamo: non conosco nessun diciottenne disposto a farsi saltare in aria in un aeroporto o in una metropolitana. Questo significa che se ci mettiamo a odiare, abbiamo già perso».Lorenzo Facco ha diciotto anni, studente all’Enaip di Varese e stagista nella nostra redazione. Ecco, lui la pensa diversamente: «Ci stiamo facendo prendere in giro da chi, dopo ogni attentato, ci dice che va tutto bene, che stanno lavorando per la nostra sicurezza. Per cui, o ci si fida del sistema oppure si prova a reagire: e per quanto mi riguarda io del sistema non mi fido più. Ormai sono tra noi, magari uno degli attentatori di Bruxelles ci ha servito il caffè e noi non lo sapevamo. Abbracciamoci, va benissimo: perché in quel video per lo meno c’è una reazione e c’è la voglia di lottare. Però allo stesso tempo svegliamoci: abbracciamoci, ma adesso tiriamo anche qualche cazzotto».
Francesco Zecchini è un ragazzo che studia allo Scientifico e ama il Varese. «Ho visto il video e sono andato a cercarmi la traduzione della canzone di sottofondo. Le immagini sono di speranza, le parole della canzone sono di dolore: c’è una contraddizione di fondo che rende il tutto ancora più emozionante. Dopo un fatto come quello di Bruxelles, secondo me serve il silenzio. Parlano tutti e tutti parlano troppo mentre gli unici ad avere il diritto di dire qualcosa dovrebbero essere quelli che hanno vissuto quell’orrore, o i loro parenti. Poi, certo, bisognerebbe parlare per capire cosa fare. Non bisogna reagire di fretta e nemmeno di pancia, a bombardare ci abbiamo provato nel 2011 e abbiamo solo peggiorato le cose. Abbracciamoci, facciamoci forza, e cerchiamo di capire cosa fare».
L’ultimo dei nostri giovani è Gianluca Porta: «Settimana scorsa nella nostra scuola è venuto a parlare Sarhad Ditani, figlio di un generale talebano. Ci ha detto che per lui, cresciuto in una scuola estremista, l’occidente era rappresentato solo dalle bombe che cadevano sulla sua gente. Poi è arrivato in Europa e ha capito che non è così, che è tutto diverso, che si può vivere insieme. Ecco, quindi, qual è la strada: quella del dialogo. E allora abbracciamoci: perché un abbraccio non è solo un contatto fisico, ma è il primo passo per parlarsi e superare le diversità».












