Non c’è anima, tocca a Rosati Sembra d’essere al nostro funerale

Non c’è anima, tocca a Rosati Sembra d’essere al nostro funerale

VARESE Saremo nudi e crudi. L’incubo collettivo, strisciante da mesi, finalmente (sì, finalmente: almeno sappiamo cosa combattere) si è materializzato. Tutti temiamo di non farcela, tutti abbiamo perso fiducia, tutti non ce la facciamo più a credere nel nostro Varese: qualcuno deve farci cambiare rotta. Qualcuno che sta in alto, nel piano più alto dove abita Rosati, e perfino più su.Più dell’impotenza e dell’arrendevolezza assolute esplose alla prima difficoltà contro una squadra battibilissima (siamo alla quarta giornata su quarantadue, c’è il tempo per fare tutto e il contrario di tutto: facciamolo), è il contorno a fare paura. Il deserto che sale dall’anima della squadra rimbalza sull’aria di piombo che avvolge lo stadio. Ammutolito, travolto dall’ultima ondata di delusione che, covando subdola da tempo, s’abbatte su tutto e tutti.La curva chiama la squadra e poi tuona: «Tirate fuori i c.». I giocatori sono lì, a pochi metri, e il coro s’ingrossa di tutto lo stadio. Un colpo di machete.Il buio, però, è nei fili e nell’insieme che li unisce. Nell’incubo che agita tutti e nessuno confessa: «Ci abbiamo messo trent’anni a rivedere la B, ora torniamo nella tomba e non ci usciamo più». Il clima in cui siamo sprofondati è esattamente questo. E non è umorale o passeggero se la persona che s’intende più di B presente ieri al Franco Ossola, terminato il suo lavoro, ci cerca per dirci: «Questa squadra non si salva nemmeno se gioca Platini». Qualcuno gli replichi subito e gli spieghi

(ci spieghi) perché si sbaglia.“Rosati, Rosati vaffa” vomita un nugolo di persone dallo spicchio di spalti più vicino alla curva sud. “Lepore-Lepore” invoca al colmo dell’avvilimento la tribuna. E poi fischi a Carrozza, fischi da tutta la tribuna mentre l’eroe di ieri e di domani esce dopo un’espulsione indegna. Qualche insulto singolo verso Carbone mentre il Varese si sfalda e, nel silenzio irreale dei 3500 spettatori, rimbombano gli applausi della panchina livornese ai compagni. La sensazione di ineluttabilità, mentre il Varese spera quasi di subire il terzo gol, è da retrocessione. E poi, la crudeltà massima: un coro bestiale da un angolo dei distinti, ingiusto ma vero. Due parole a forma di coltello puntate sul cuore: “Giu-sep-pe San-ni-no”. Questo dovevate risparmiarvelo. E risparmiarcelo. Però è meglio devastarsi dal dolore, ma tirare fuori tutto.La partita? Squadra scomparsa e svuotata alla prima difficoltà (il primo gol): non ha trovato o non ha voluto trovare nulla a cui aggrapparsi (gioco? Cuore? Panchina?). Prima, aveva giocato alla pari ma senza dare mai l’impressione di far male: è il solito problema del gol, ingigantito da assenze ciclopiche (Martinetti, De Luca, Neto, Momentè, Grillo, Terlizzi), dalla pressione di dover cancellare Torino, da troppi cambiamenti in corsa di ruoli e uomini. Se sei un’ala destra, giochi all’ala destra e così via. Ci verrebbe da stare con Carbone, vedendo il trattamento che gli hanno riservato alcuni giocatori. Di certo, c’è un brutto andazzo. Tocca a Rosati, sperando che basti un Platini.Andrea Confalonieri

s.bartolini

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