Parla il Poz: «Un giorno tornerò»

I colori di Varese ce li ha tatuati sulla pelle, «insieme a quelli di Capo d’Orlando», la squadra con la quale domenica ha agganciato la vetta in LegaDue, superando con un esaltante 85-83 l’ex capolista solitaria Trento. Un cuore diviso perfettamente a metà, quello di Gianmarco Pozzecco. Un presente, a cui è legatissimo, al punto di dichiarare che «la mia carriera

di allenatore finirà quando lascerò la guida dell’Orlandina», e un passato che definire indimenticabile è davvero troppo poco, tanto da ingarbugliare il suo pensiero in un’apparente contraddizione, che poi contraddizione non è. Sono semplicemente due sentimenti diversi che parlano attraverso la stessa voce, «perché io ho solamente due case al mondo e prima o poi, non so quando, tornerò anche nell’altra».

Credo che, molto semplicemente, sia davvero difficile, se non quasi impossibile, ripetersi dopo una stagione esaltante come quella vissuta lo scorso anno. Accadde anche a noi, l’anno dopo il mitico scudetto della stella. Anche questa volta, come allora, ci sono state partenze illustri, ma del resto non si potevano trattenere giocatori come Dunston e Green, quando le differenze di budget sono così elevate.

Ma io preferisco sottolineare le cose positive che questa stagione ha comunque evidenziato.

Innanzitutto la gente. I quattromila che ogni domenica riempiono il PalaWhirlpool e che probabilmente si aspettavano di più, ma intanto sono lì.

E poi la società, che posso definire solo in due modi: seria e sana. Perché è evidente che qualche scelta possono anche averla sbagliata, ma non hanno fatto il passo più lungo della gamba, e questo dimostra sapienza e saggezza. Altrove può anche esserci chi osa di più, ma poi spesso corre il rischio di chiudere baracca e burattini.

L’allenatore paga sempre per tutti, si sa, fa parte del gioco. A Frates è andata così. Io stesso, dopo le prime tre partite perse in campionato, volevo smettere o tornare a giocare.

Riguardo ai giocatori invece, penso non fossero tutti fenomeni l’anno così come non sono tutti scarsi quest’anno. L’importante era salvarsi e la partita di Pesaro, da questo punto di vista, ha tolto praticamente ogni preoccupazione.

Secondo me, ciò che conta è dare tutto in campo, far vedere che metti tutto te stesso in partita per la maglia che indossi, poi se dopo la sirena vai a salutare anche quelli che fino all’anno prima erano i tuoi tifosi, non c’è nulla di strano. Certo, se nei 40 minuti non hai particolarmente brillato e poi alla fine succede quel tanto lì è normale che poi qualcuno ti critichi. Ma io non giudico Scekic, lo ritengo un ragazzo in gamba. È evidente che in questa polemica incide l’andamento della stagione e purtroppo anche del derby.

Prima del mio ritorno a Varese con la maglia della Fortitudo – e mi vengono ancora i brividi se ripenso a quell’emozione – coach Repesa mi disse di non salutare nessuno, una volta dentro il PalaWhirlpool. «Ma tu sei matto», fu la mia risposta. E salutai tutti quelli con cui mi capitò di incrociare lo sguardo.

Mi commuovo solo all’idea. Ho detto che non allenerò più una volta lasciata Capo d’Orlando, ma Varese è sicuramente l’unico altro posto al mondo dove potrei farlo. Forse un giorno tornerò a casa, chi lo sa…

Il Reca è l’unico allenatore che sia riuscito a farmi vincere qualcosa, con il club e la Nazionale, per cui ha ragione a prescindere.

A parte la battuta, i personaggi alla pallacanestro di oggi mancano totalmente. E mancano gli italiani soprattutto, i grandi protagonisti che il pubblico ama. Ve ne dico solo uno, basta e avanza: il Menego. Quel legame che aveva lui con la gente, gli stranieri possono solo sognarselo.

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