di Andrea ConfalonieriUna voce, quando parte dal cuore, può arrivare ovunque. Perfino in cielo. Una voce può afferrarti alla gola, darti i brividi e farti vedere perfino ciò che non vedi. Quando Giovanni Toia, al culmine di una sinfonia radiofonica esaltante ed eroica (sembrava la Nona di Beethoven) è arrivato a urlare sul gol di Serafini «io e Luciano Pistocchini ci stiamo abbracciando come bambini», siamo stati vicini alle lacrime. Immaginarci Giovanni e il Pistocco uniti in una morsa palpitante, anche se nella loro vita ne hanno già viste di tutti i colori, travalica un gol o una vittoria: quando pensi di avere già vissuto tutto, c’è sempe qualcosa o qualcuno capace di stupirti. Quando pensi di avere toccato il fondo, c’è ancora una luce che filtra e, se ti aggrappi forte, ce la fai a risalire fino in cima. Quando ti danno per morto, come danno per morta la Pro Patria, salta fuori soltanto quello che sei, quello che hai attaccato allo scheletro e all’anima,
quello che vali: in questo caso, c’è molto. Quando rifili 3 gol in una manciata di minuti a una squadra che ne aveva beccati 5 in 14 partite, e li rifili senza vedere un euro da molti mesi, significa che non sei più soltanto un giocatore di calcio o una squadra. Sei una luce da seguire, sei un amico che non tradisce e per cui vale la pena buttarsi nel fuoco, sei un’idea che scavalca la realtà. «E adesso fatevi avanti» ha urlato Toia in faccia agli acquirenti, come se dall’altra parte del microfono lo stessero ascoltando, dopo quel triplice «è finita», «è finita», «è finita» che ha ricordato Martellini dopo la finale al Mundial spagnolo. Chiudendo così: «Non abbiamo più la voce, ma non ci interessa nulla». Non hai più la voce, caro Giovanni, perché l’hai lasciata impigliata per sempre nel cuore di chi ti ha ascoltato. E se non l’avete fatto, chiedete la cassetta a Radio News. La Pro Patria troverà immediatamente un nuovo padrone.
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