VARESE – La differenza tra Varese e Sampdoria è una: a noi questa partita cambia la vita, per loro la serie A sarebbe solo rimandata. Se ce la facciamo, da domenica esisterà una bandiera biancorossa da sventolare a San Siro, all’Olimpico, al San Paolo. E migliaia di ragazzi che facevano l’abbonamento all’Inter, al Milan o alla Juve prima di guardare il risultato del Varese, cambieranno l’ordine delle priorità. A Genova esiste ed esisterà sempre la Sampdoria. Anche qui, d’ora in poi, può esistere solo il Varese, prima e indiscussa squadra di una città e del suo futuro.
Perché ciò accada, e una squadra di pirati con pochi soldi ma molto coraggio sgambetti anche l’ultimo gigante, i giocatori di Maran non devono sognare la serie A, perché a questo punto non basterebbe più, ma essere svegli e prendersela. Hanno il miglior gioco, il miglior allenatore, l’anima migliore, le gambe migliori: impongano se stessi, senza paura né calcoli, su chi ha trovato tutto ciò solo da pochi mesi e quindi – in uno scontro al massimo livello della consapevolezza e dell’autorità – non può che perdere la guerra. C’è uno scheletro nell’armadio della Samp (se va sotto al Ferraris, il silenzio dei trentamila diventa un cappio al collo): tiriamolo fuori.
Non è più il momento di mettere in campo il vecchio cuore biancorosso, da solo non basterà, ma tutto ciò che sappiamo fare e un po’ di umile spavalderia per cambiare la nostra vita e quella di tutti. Il peso è su di loro: la Samp deve andare in A. Giochiamo da sfidanti, non da sfidati.
Rispetto al Verona, sono un’altra cosa: i veneti ci provano con Ferrari, i liguri lo fanno con Pozzi ed Eder. Abbiamo di fronte l’individualità che, in un battito di ciglio, può castigarci. Quindi dobbiamo fare male prima che a farlo siano loro, riaprendo quell’incubo di Marassi (4 ko e 8 pari in 21 gare casalinghe) che cova sotto la Lanterna. La guerra della A si vince stasera: Iachini, se prende metà finale, poi è un maestro nell’imbrigliarti e difendere l’osso del collo a Masnago.
Abbiamo due marce in più: il fatto di chiamarci Varese e di non andare in A da 37 anni che porterà trentamila persone a credersi vittoriose e a domandarsi «ma cos’è il Varese?». E duemila biancorossi sugli spalti: è l’esodo storico di tutti i tempi. Basterà guardarli negli occhi.
Arbitro casalingo? La sudditanza non esiste più, o esiste all’incontratio. Cercherà di non farsi influenzare, mostrando personalità per mettersi in mostra. Pensiamo a giocare da Varese, e vinceremo.
Trent’anni fa a quest’ora speravamo nel miracolo a Varese. Era una vigilia di attesa e speranza. Trent’anni dopo la storia ci ripagherà restituendoci quello che allora ci spettava e che con violenza e frode ci hanno strappato dalle mani.
Andrea Confalonieri
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