Se il Varese va giù Andiamo giù tutti

Cosa sono quelle facce da funerale? La paura di perdere la serie B ti fa perdere la serie B. Il coraggio di andarsela a conquistare nel momento e nel posto peggiore, te la fa riconquistare. Il passato è passato. Da oggi a sabato esiste solo il presente. E una certezza, una sfida che è un orgoglio giocarsi per gente come noi che è cresciuta giocando ogni partita come fosse l’ultima. Ecco le dieci cose che un tifoso, un dirigente e un giocatore del Varese deve fare-dire-pensare per vincere a Cittadella.

. Se il Varese fa il Varese vince in Veneto, scaraventando il nemico e pure i playout a -7 poiché già sabato il Novara potrebbe battere un Palermo in festa, volando a +6 dallo stesso Cittadella (gli spareggi si giocano con 4 o meno punti tra quart’ultima, i piemontesi, e quint’ultima, i veneti). Il destino è nelle nostre mani, non in quelle degli altri.

L’anima del Varese non è la stessa della squadra che, perdendo a Cittadella nel 2000 (torti, legni, sfortuna), disse addio al sogno della B. Ogni paragone con 14 anni fa porta solo sfiga. L’anima di questa società è fondata su altro: deve mettersi nelle condizioni estreme o peggiori per fare emergere la sua identità, un po’ annacquata dalle scelte sbagliate – e da troppi giocatori non da Varese – degli ultimi due anni. Questo gruppo (l’ambiente, il gruppo, la società) non è perdente ma vincente: deve “solo” unirsi e sanguinare per diventare più cattivo.

Chi non si sporcherà le mani mentre il destino si compie – giocatore, dirigente o tifoso che sia – verrà ricordato come il coniglio di Cittadella. È per costoro, eventualmente, che perderemo la B. Se la squadra giocherà come negli ultimi 10 minuti di sabato, perderà 4-0. Ma se lo farà come nei 96 minuti di Varese-Empoli, vincerà 4-0. Quella è la partita da fare rivedere all’infinito alla squadra. Perché 96 è un numero più grande di 10.

Chi dice che il Varese è cotto, racconta palle. A Crotone o con il Palermo, mica tre anni fa, aveva il pareggio in tasca dopo avere messo sotto avversari micidiali nelle fasi più dure e calde della ripresa, grazie alla mentalità non alle gambe. È la testa che a volte blocca le blocca. È il legame morboso e tragico con il suo piccolo grande pubblico a fare vincere o perdere il Varese, perché è quello che fa gruppo soprattutto quando la società è debole. Il Varese ha sempre bisogno di un appiglio esterno, succedeva anche in C, per colmare le lacune o le debolezze interne. E l’appiglio è sentire che la sua gente ci crede.

Se il Varese retrocede, retrocedi anche tu. Se il Varese sabato vince, vinci anche tu. Chi incolpa sempre qualcuno o qualcosa, invece di guardarsi dentro, ha già perso perché si è già trovato un alibi per fare meno di ciò che avrebbe potuto fare. Se il Varese retrocede, retrocedono la curva, la Provincia e Montemurro assieme. Se il Varese si salva, si salvano tutti.

Se oltre a giocare contro il Cittadella, devi giocare anche contro te stesso, ciao serie B. Spazziamo via i fantasmi. Il carro è lo stesso: Eleonora e Antonio Rosati saranno davanti alla tv a tifare Varese. Come Riccardo e Luca Sogliano. Come Maran. Come Castori. Come Gautieri che ha mandato un sms a un amico in società prima di Varese-Lanciano per svelare un segreto degli abruzzesi, pensando così di aiutare i biancorossi. Come Milanese che sarebbe capace di andare in curva e tifare di nascosto questa squadra che in fondo è sua. Il Varese è uno, è di tutti. E quei tutti – vicini e lontani – sabato tiferanno la stessa maglia: biancorossa.

Sabato vinci per il Varese, ma anche per te. Non devi rendere felici gli altri: il presidente, i tifosi, il giornalista, il Caccia, Luca Alfano, l’Alfredo. Sabato ciascuno deve avere l’orgoglio di scendere in campo con una voglia di vincere che nessun agente esterno può dare. Deve averla già dentro o non l’avrà mai.

In B siamo andati con Osuji, Gambadori e Tripoli. A Genova abbiamo giocato senza Terlizzi, eppure la A era lì. Non serve inventare nulla a Cittadella, né guardare agli avversari, né pesare agli infortuni, agli arbitri o all’antisportività (come quella dei giocatori del Cittadella che hanno detto al reggino Gerardi “tira fuori il rigore, tanto siete spacciati”): ti fa vincere chi sa cos’è il Varese e lo ama più di chiunque altro, da Corti a Zecchin, da Forte a Pavoletti e Odu. Conta correre: più che con le gambe, con le ali della maglia. Le parole che dovranno dire i dirigenti e il ds Ambrosetti? Vere, pure, appassionate. Si vince col cuore.

C’è scritto il Pepita sulla maglietta di Leonardo Pavoletti che ci salverà perché è un modo per dirgli, anche visivamente: Leo, segna per noi e salvaci tu.

A Enzo Montemurro, dopo tutti questi anni di battaglie spesso su fronti opposti, diciamo questo: noi ci ricordiamo di quel ragazzo che veniva al campo in Seconda Divisione con in tasca un fogliettino dove c’era sempre scritto il nome del marcatore che la domenica, puntualmente, avrebbe fatto vincere il Varese a Montichiari, Pizzighettone o Viareggio. Torna a quei tempi: torna e torniamo piccoli, invisibili, sconosciuti, nessuno. E il Varese si salverà.

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