«Senza soldi da anni, vivo per quel prato. Varese, non puoi lasciare lo stadio vuoto»

«Senza soldi da anni, vivo per quel prato. Varese, non puoi lasciare lo stadio vuoto»
Vanoni è il giardiniere del Franco Ossola: «Hanno giocato sulla nostra pelle ma il Varese non ha colpe. Laurenza dice che gli imprenditori varesini non aiutano: e noi che abbiamo lavorato gratis chi siamo?»

Andatelo a dire a . Andatelo a dire a lui, che il Varese è solo una squadra di calcio e ci sono problemi molto più importanti, che il è solo uno stadio e c’è altro a cui pensare. Lui che quel Varese ce l’ha nel cuore, lui che il prato di quello stadio lo accarezza e lo cura come si fa solo con una persona che si ama. Franco Vanoni è il , l’uomo che sta dietro al verde del Franco Ossola..


Le rispondo raccontandole questa cosa. Tra mezz’ora come faccio tutte le sere io prendo e vado allo stadio: devo bagnare il prato, devo controllare che i tempi dell’irrigatore siano giusti. Perché con questo caldo l’erba brucia, ha bisogno di essere curata.


Il nostro contratto con il Varese per la manutenzione del prato è scaduto al 30 giugno. E, tra l’altro, sono quasi tre anni che non veniamo pagati. Eppure ci andiamo lo stesso, e settimana prossima andremo a fare un taglio perché è ora. Non abbiamo un contratto e quindi teoricamente non avremmo nemmeno diritto di entrare allo stadio. Ma se non andiamo a curarlo, il campo muore. Avete capito perché quel prato non è solo un prato?


Perché abbiamo scelto così, anche se in tanti ci consigliavano di fare qualcosa. Abbiamo sempre creduto nelle persone e ci siamo sempre fidati delle loro promesse, e alla fine siamo rimasti con un pugno di mosche in mano.


Sinceramente, probabilmente lo rifarei. Datemi pure del pazzo, non sareste i primi e non sarete gli ultimi: ma io, finita questa chiacchierata, prendo su e vado a bagnare il prato dello stadio. Mi permetta una riflessione, però.


Spesso il signor Laurenza si è lamentato con il territorio, con gli imprenditori varesini. Nessuno l’ha aiutato, dice. Non è tanto vero: noi da tre anni lavoriamo alla manutenzione del prato e non abbiamo preso un euro. L’abbiamo aiutato, o no? E come noi tanta altra gente.


Lo so, non me lo dica per favore. Questo è un pensiero che mi mette angoscia, tristezza, che mi fa male. Non me lo ricordi.


Non lo so. Purtroppo è successo quel che è successo: a noi non resta che essere delusi, amareggiati. E qualcuno di noi è anche un po’ arrabbiato, a dire il vero. Noi abbiamo il Varese nel cuore: questa è l’unica cosa che mi viene da dire in questo momento. Io non sono capace di stare lontano dallo stadio, di vederlo vuoto.


Sì: sono abituato a vederlo vuoto. Ma la sua solitudine mi piace perché me lo immagino quando è pieno. Mi piace se so che da lì a qualche giorno arriverà il momento della partita. Altrimenti è una brutta solitudine.

Alcuni di noi – della mia ditta, della mia famiglia – sono arrabbiati, è vero. Sono arrabbiati con le persone, con chi ha trascinato il Varese in questa situazione, con chi ha giocato sulla nostra pelle. Ma nessuno di noi è arrabbiato con il Varese, come potremmo essere arrabbiati con una parte di noi?


So che ci sono persone pronte e disposte ad aiutare ma so anche che da sole non bastano. Sogno una discesa in campo dell’imprenditoria varesina, che come ho detto prima non è affatto insensibile a una realtà come il Varese. Non lo è e non lo è mai stata. Serve un capo cordata, spero che salti fuori. In fretta, perché il tempo purtroppo stringe.


E adesso?

Adesso devo andare a bagnare il prato dello stadio. Con questo caldo, con questo secco, l’erba non può essere lasciata sola.

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