Roma, 12 ott. (TMNews) – La svolta nelle trattative tra Israele e Hamas per la liberazione di Ghilad Shalit è il risultato di un incrocio di interessi, anche sul piano regionale. E’ quanto pensano un po’ tutti gli analisti a poche ore di distanza dall’annuncio di un accordo ritenuto, fino a qualche giorno fa, ancora molto lontano, alla luce delle condizioni contrastanti poste dal premier israeliano Benyamin Netanyahu e dai leader del movimento islamico Hamas. La chiusura del caso Shalit garantisce vantaggi ad entrambe le parti e accende una luce positiva anche sul controverso Consiglio egiziano delle Forze Armate che ha avuto un ruolo importante nella chiusura dell’intesa per lo scambio di prigionieri.
Su Hamas ha pesato la necessità di recuperare consensi e di rispondere con un “successo” alle iniziative diplomatiche del rivale presidente dell’Anp Abu Mazen che hanno raccolto tante adesioni anche a Gaza, roccaforte del movimento islamico. Da parte sua Netanyahu, riportando Ghilad Shalit a casa, ricostruisce il rapporto con l’opinione pubblica israeliana dopo una estate di proteste popolari contro il carovita e la politica economista liberista del governo. Non solo, il primo ministro migliora anche la sua immagine internazionale. Da oggi non è più soltanto l’implacabile avversario dei palestinesi e accanito sostenitore della colonizzazione dei Territori occupati che il mese scorso dalla tribuna delle Nazioni Unite ha lanciato una dura offensiva diplomatica contro il riconoscimento dello Stato di Palestina. Ora Netanyahu segnala di essere un leader capace di fare “scelte dolorose”, scendendo a patti con i nemici più implacabili del suo paese
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