«Ho visto morire dieci persone. Ragazzi che, come me, cercavano fortuna. Che si sono imbarcati in Libia per arrivare in Italia. Ma che durante il viaggio si sono gettati nel mare, sapendo che nessuno li avrebbe salvati».
Questo è il punto più toccante del racconto di Simon, 26 anni, nigeriano, un rifugiato politico che alloggia all’hotel Mira di via Walder, a Biumo Inferiore, insieme ad altri 23 ragazzi che hanno una storia simile alla sua.

Simon, 26 anni, nigeriano, un rifugiato politico che alloggia all’hotel Mira di via Walder insieme ad altri 23 ragazzi che hanno una storia simile alla sua
(Foto by Varese Press)
«In Nigeria avevo un negozio di telefonia nel quale cambiavo le cover e la batteria ai cellulari. Una notte me lo hanno distrutto. Non so perché è successo. Non facevo attività politica – spiega Simon, in un inglese perfetto studiato in “secondary school” – Non avevo i soldi per riaprire. Allora ho salutato mio zio, che è l’unico parente che mi rimane laggiù, e sono andato verso la Libia. Arrivato lì, ho dato a uno scafista 1.500 euro per il viaggio verso l’Italia».
«Si trattava di una barca con legata una zattera. Intorno alla zattera c’erano parecchi palloni che servivano per farla galleggiare. Sulla barca vera e propria hanno trovato posto le donne e i bambini. Noi uomini eravamo tutti sulla zattera. In totale eravamo 90». Sull’imbarcazione non c’era posto per i bagagli.

L’hotel Mira: è qui che sono ospitati i profughi
(Foto by Varese Press)
Ognuno poteva portare quello che aveva addosso. Le scarpe andavano lasciate a riva. «Certo che avevo paura – afferma Simon – Sapevo benissimo che stavo rischiando la vita».
Per raggiungere l’Italia ci sono voluti tre giorni. «Appena arrivati nelle acque italiane abbiamo chiamato il servizio di soccorso per farci venire a prendere. Gli unici apparecchi di cui era dotata la nostra imbarcazione erano un gps e un telefonino».
E ancora: «Chiamati i soccorsi, lo scafista con un coltello ha fatto uno squarcio in ogni pallone che teneva la zattera a galla. Poi ci ha lasciato in mezzo al mare».
Simon è sbarcato in Sicilia a giugno. Poi è stato mandato a Bresso, nel campo della Lombardia gestito dalla Croce Rossa.
E poi ancora a Varese, all’hotel Mira che però non è una destinazione definitiva. Metà dei giovani che si trovano lì verranno mandati a Solbiate (in locali del comune) e metà a Casorate (in un’abitazione di proprietà privata che è oggetto in questi giorni di controlli per capire se i requisiti soddisfano la normativa).

L’hotel Mira: è qui che sono ospitati i profughi
(Foto by Varese Press)
«A Varese mi trovo benissimo, ci rimarrei per sempre se trovassi un lavoro – dice Simon, che ha già ottenuto lo status di rifugiato politico – Sono cristiano. Al mattino vado in una chiesa che c’è qui intorno e di cui non conosco il nome. A mezzogiorno consumo un pasto che fino ad oggi è stato a base di riso».
«Al pomeriggio frequento due ore di corso di italiano. Alla sera andiamo a mangiare da alcune suore che distribuiscono sacchetti con dentro il cibo. Tra una settimana sarò qui da un mese, e avrò diritto a 70 euro. Soldi con cui ricaricherò il telefono».

La giunta di Palazzo Estense
(Foto by Varese Press)
Simon non sa il nome del posto dove avviene la distribuzione di cibo alla sera, ma tutto lascia pensare che si tratti delle suore di via Luini, che ultimamente hanno notato un gran numero di ragazzi giovani e stranieri accalcarsi davanti ai cancelli. Simon è uno dei 670 profughi che si trovano nella nostra provincia. Il cui numero salirà fino a mille.
«Gli arrivi sono quotidiani. Ormai non è più un fatto occasionale, ma un flusso quotidiano – spiega il prefetto – Mi sono inventato soluzioni provvisorie per sistemarli».
Commentando il consiglio comunale di Varese, che ha approvato l’ordine del giorno del consigliere leghista volto a regolare di più la presenza di stranieri, espellendoli se “irregolari”, il prefetto dice: «Siamo in democrazia. Ognuno può approvare quello che vuole. Poi però ognuno è anche responsabile delle proprie azioni».













