Il buio si sente, si respira, si abbraccia. Il buio amplifica i suoni, i profumi, i sapori e le emozioni. Il buio ti fa guardare la persona che ti siede accanto in un modo diverso, te la fa conoscere, te la fa toccare. Sensazioni così, uscendo dalla pizzeria Santa Lucia di Varese dove giovedì sera si sono spente le luci per una splendida “cena al buio”. Cos’è? Presto detto. Una mangiata in compagnia con una particolarità: nella sala c’è l’oscurità più completa e a servire ai tavoli c’è un cameriere non vedente (che in quelle condizioni ribalta la diversità e ci vede meglio di tutti).

(Foto by Varese Press)
Gaetano Marchetto, presidente della Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti di Varese, è il re della serata. Prima di scendere le scale e immergersi nell’oscurità c’è giusto il tempo per dire due parole, bere un bicchiere di vino bianco e prepararsi a spegnere luci e telefonini per accendere tutti gli altri sensi.

(Foto by Varese Press)
In fila, a gruppetti di tre persone, si supera una tenda e il mondo cambia. Non ci sono più i punti di riferimento a cui siamo abituati, corpo e mente iniziano ad adattarsi a quello che sta succedendo attorno. Michele, non vedente, serve ai tavoli e dispensa consigli su come affrontare l’impresa di mangiare senza vedere nulla: così si versa l’acqua, così vi passate la bottiglia del vino, se dovete andare in bagno avvisatemi che vi accompagno.
Il profumo, anzi: i profumi. Inebriante quello dei funghi («Sarà un risotto? No, è polenta»), familiare quello della bresaola. Arrivano a sostituire la vista e preannunciano il gusto, tanto che mangiare (ma sì, ci si riesce, una volta individuato il piatto) diventa un’esperienza nuova.
Così come è un’esperienza nuova il rapporto con i compagni di tavolo. Di fianco, se sei fortunato, c’è la donna che ami e che è splendido riconoscere per il suo profumo, per il suo tono di voce, cercandole la mano o rubando un bacio che nessuno vedrà mai. Di fronte, perfetti sconosciuti da conoscere senza il pregiudizio imposto dalla vista. Non c’è il loro volto, non c’è il loro modo di vestire, non ci sono le loro immagini: restano le parole, che regalano qualcosa di nuovo. Tra una portata e l’altra si canta, con Michele che oltre a servire ai tavoli suona pure il piano: e si canta urlando, perché pare che senza vederci debbano essere amplificati gli altri sensi.
Sì, certo. Alla fine le luci si accendono portando un po’ di tristezza e nostalgia per quel mondo diverso. Ecco, ecco com’era davvero la stanza ed ecco i volti delle persone con cui hai parlato fino a un attimo prima. Una veloce lezione sull’alfabeto Braille, il tempo per guardarsi in faccia ancora una volta e salutarsi.
Una serata diversa, anzi: una diversamente serata. Per un paio d’ore, ci si catapulta nel mondo dei non vedenti sapendo che poi torneremo nel nostro: fatto di luce e colori. Sì, è un gioco: ciechi per una sera. Ma no, non è una presa in giro anzi: è una presa di consapevolezza. Non c’è nulla di impossibile. E quella frase, mandata a memoria da uno dei libri più belli di sempre, rimbalza per tutta la notte. “Non si vede bene che col cuore, l’essenziale è invisibile agli occhi”.

(Foto by Varese Press)













