Tangenti, già a casa i due funzionari del fisco

Tangenti, già a casa i due funzionari del fisco

VARESE In carcere martedì, già a casa nemmeno due giorni dopo: i due funzionari dell’Agenzia delle entrate, arrestati per concussione continuata in concorso, hanno subito ottenuto gli arresti domiciliari, dopo il lungo interrogatorio di convalida avvenuto nella casa circondariale dei Miogni giovedì pomeriggio. Oltre cinque ore di faccia a faccia con il giudice per l’indagine preliminare Giuseppe Fazio, al termine delle quali il magistrato ha convalidato l’arresto, disponendo che Massimiliano D’Errico, 41 anni, referente per l’ufficio anti frode, e Vincenzo Mercadante, 55 anni, capo area controlli per le medie imprese, facessero subito ritorno alle rispettive abitazioni, in Varese. Hanno entrambi risposto a tutte le domande. Ma ovviamente le due linee difensive divergono: sebbene sia identica l’accusa, sono differenti infatti le circostanze del loro arresto, anche se tecnicamente si tratta di arresti in flagranza per entrambi. Il D’Errico è stato ammanettato nell’ufficio di un commercialista varesino poco dopo essersi intascato una bustarella da 15mila euro: verità inoppugnabile, documentata da un filmato e da una registrazione ambientale. Il Mercadante invece è stato arrestato nel suo ufficio, poco dopo (e non al termine dell’orario di lavoro, come era inizialmente trapelato). Assistito dagli avvocati Gioacchino De Luca e Carlo Enrico Paliero, si professa «innocente ed estraneo ai fatti», come hanno fatto sapere ieri i suoi

legali. «Ha spiegato la propria posizione» si sono limitati a dire gli avvocati di D’Errico, Jean Paule Castagno e Daniele Ripamonti. La decisione del giudice di mandarli ai domiciliari accoglie le richieste di entrambi i collegi difensivi, e rigetta quella di segno opposto (cioè la custodia cautelare in carcere) avanzata dal pm Agostino Abate: non è escluso che il magistrato faccia ricorso al Riesame, per ribadire la necessità che restino dentro, temendo che anche da casa propria possano inquinare le prove. Proprio il sostituto procuratore ha assistito attimo per attimo a tutte le fasi dell’operazione: vi era Abate, con un maresciallo dei carabinieri, nella stanza accanto a dove è avvenuto lo scambio di danaro. E il magistrato è stato presente alla perquisizione (durata la bellezza di sedici ore), nell’ufficio del commercialista che si era fatto da tramite per il versamento della mazzetta. Il professionista non è formalmente indagato. Ma il suo comportamento solleva non pochi dubbi: in ordine soprattutto alle richieste di danaro contante al suo cliente imprenditore. Prima diecimila euro, poi cinquantamila euro. Soldi, va precisato, la cui «dazione», secondo quanto appurato dall’inchiesta, sarebbe stata sollecitata dai due funzionari dell’Agenzia delle entrate (altrimenti l’accusa non sarebbe di concussione), per chiudere un occhio sulle verifiche fiscali sui capitali rientrati in Italia dell’imprenditore.

e.marletta

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