Tre volte le mani alla testa E ora c’è già voglia di riprovarci

VARESE La tessera del dolore. Timbro potente, stordente, dirompente. L’ultima immagine è il nostro Varese sotto gli spalti, per ringraziare ed essere ringraziato: così dev’essere, anche se la pagina migliore della favola svanisce nel burrone.La penultima immagine, invece, sono le mani alla testa. È il Franco Ossola piegato, mai domo ma steso: tre «nooo!», una dimensione dello stato emotivo.Il primo no: Neto Pereira stampa la palla sulla traversa. «Dai ragazzi. Va bene, siamo capaci di metterli sotto. Dai che è maturo, dai che il gol è maturo». È una bella sberla. Incrocio di sguardi e la forza si trova, la gara è giovane: «Alé Varese alé».Il secondo no: Gianvito Plasmati fallisce il tocco di tempia, darebbe la luce verso la rincorsa all’obiettivo. Qui, le mani alla testa, sono prossime alla resa, stringono forte un sentimento che diviene debole. Urla il popolo: «È la tua specialità. Non ti ricapita più. Sei qui per questo». Gianvito resta giù, sul prato, la gente sta bassa con lui. «È una maledizione», sentenzia qualcuno; è un salto elettrico della maglia del centenario indossata da Giancarlo Giorgetti.Il barometro delle convinzioni, forse, gira qui. Qualcuno si alza e non si siede più. Il terzo mani nei capelli è complesso, paradigmatico di come i messaggi passino e arrivino chiari: «Non fatevi fare su come dei pistola. Non abboccate all’amo, sono dei provocatori».Baruffa in panchina,

fin dentro la panchina blucerchiata. La Samp fa il suo lavoro, sporco lavoro ma lo fa: «Cosa ca… fate, non ci dobbiamo cascare», urla l’anima del pubblico.Si riprende, Kurtic batte una punizione a mezzo metro da Iachini come peggio non potrebbe, da lì deriva l’azione del de profundis, quella del gol taglia gambe firmato Samp. Bisogna fidarsi dei visi e delle reazioni, loro sanno prima: «No, no, noooooo!». Probabilmente chi c’era 37 anni fa, per l’ultima serie A, ne ha viste troppe per non capire che bisogna accendere la sirena rossa. La palla dello sloveno va larghissima oltre il vertice dell’aria, è un invito al galoppo genovese nelle praterie sguarnite: «È brutta, è brutta. Siamo aperti, siamo aperti. Attenzione, attenzione». Vuoto audio, silenzio, Pozzi punisce.Le mani s’incollano alla testa, a tutte le teste. La rabbia deflagra: «Siete venuti qua per perdere tempo!», «Vergognatevi!», «Attori!». Forme edulcorate, ma il cuore della gente è puro. Meno puri i mezzi parapiglia che escono, ma così è la vita.Le tre foto elencate sopra, le mani nei capelli, sono una serata che non doveva essere.Fortuna c’è la quarta, che è la prima e più importante, il mondo biancorosso stretto nell’ultimo grazie a quest’interminabile, fantastica stagione. Un grazie con la A maiuscola, di chi non ha niente da farsi perdonare. Quando si rompe un sogno, non resta che raccogliere i cocci e ricostruirlo.

s.bartolini

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