UBOLDO Lavoravano anche 14 ore al giorno in due capannoni che erano diventati anche la loro casa e dove, nonostante le condizioni di sicurezza precarie e quelle igienico sanitarie disastrose, vivevano persino 6 bambini.
Era questa la quotidianità dei lavoratori dei due laboratori scoperti, con un’irruzione, dagli uomini della Guardia di finanza di Saronno alla periferia di Uboldo proprio al confine con Rescaldina. L’operazione, diretta dal tenente Carlo Della Gatta, è partita da una serie di controlli realizzati in tutto il Saronnese. Dopo alcune settimane di indagini i finanzieri sono arrivati ai due capannoni: entrambi senza insegne ma con un sistema di videosorveglianza che ne controllava gli accessi. Le Fiamme gialle hanno organizzato un vero e proprio blitz: scavalcata la recinzione hanno fatto irruzione nei laboratori di pelletteria trovando 21 cinesi impegnati a cucire borse per note griffe italiane. Gli stranieri, 15 uomini e 6 donne, tutti tra i 20 e i 30 anni, erano provvisti di regolare permesso di soggiorno ma totalmente privi di contratto di lavoro. Del resto lo stesso capannone erano in uno stato precario: le pareti erano coperte di muffa, i pavimenti pieni di scarti di lavorazione e cavi elettrici scoperti e qua e là erano disseminati decine di sacchetti della spazzatura. Già perchè i due capannoni non erano solo laboratorio ma anche una dimora per molti dei cinesi che, pur essendo ufficialmente residenti a Parma, Roma e Bologna, lavorando anche per 14 ore avevano organizzato dei giacigli di fortuna. C’era anche una specie di mensa dove però non erano rispettate le minime condizioni igieniche e sanitarie. L’aspetto più preoccupante era la presenza di 6 bambini, tra i 4 e i 6 anni, che giocavano accanto alle macchine da cucire. Nel capannone, infatti, venivano prodotte borse per note marche italiane: il legame tra le griffe e l’azienda cinese è uno dei filoni d’indagine su cui stanno lavorando i finanzieri. Per il momento si profilano sanzioni tra i 70 e 100 mila euro a carico del titolare, che però probabilmente era solo un prestanome.
Nei guai è finito anche l’amministratore delegato, un 33enne insieme alla moglie, era l’unico dipendente regolare della società. L’uomo parla perfettamente l’italiano ed era lui che si occupava di gestire l’intera azienda. Un’attività che doveva avere una buona resa vista l’auto di lusso che utilizzava per i suoi spostamenti.
Sara Giudici
f.tonghini
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