Van De Sfroos, un cantastorie in redazione : «Il mistero chiamato Varese»

E semm partii - L’artista laghèe per eccellenza Davide Bernasconi ieri ha preso le redini del giornale

Varesotti, come siamo belli! A volte serve proprio lo sguardo di chi viene da fuori, ma ti conosce da sempre, per guardarsi con occhi nuovi.Servono un po’ di sana invidia e di entusiasmo per scoprire un tesoro dietro l’angolo, per dare il giusto valore a casa propria guardandola con occhi nuovi.E Davide Bernasconi, in arte Van De Sfroos, ieri ha vestito i panni non solo del direttore per un giorno, davvero egregio, del quotidiano la Provincia di Varese, ma anche quelli del vicino che ci mostra quanto verde sia la nostra erba.Penna

e blocco alla mano Van De Sfroos si è lasciato coinvolgere soprattutto dalle storie legate a cronaca, ecologia, sport o politica, soffermandosi persino sulla grafica, sulla rilevanza dei pezzi nell’impaginazione, ma il meglio di sé l’ha dato come titolista, azzeccando un binomio fatto di sintesi e incisività. D’altronde non ci si poteva aspettare di meno da uno che ha fatto dello scrivere canzoni il proprio mestiere, ma è il ruolo di comunicatore che gli ha permesso di riporta una fotografia di città, provincia e “pirati di Varese” da far impallidire ai nativi locali.

Lui, nato a Monza e cresciuto sul lago di Como, «dopo una stagione passata a girare, in lungo e in largo, la provincia» si è ritrovato con lo «stupore dell’enorme ricchezza di storia e di natura di questa terra».
Se gli si chiede, quale di questo materiale potrebbe trasformarsi in una ipotetica canzone, non ha dubbi. «Le tematiche potrebbero essere legate proprio luoghi e paesaggi, dai fiumi Olona e Ticino alle valli». La stessa canzone “Senza Prèssa” «che aveva aperto “Terra & Acqua” diceva proprio “narèmm sul Sacru Muunt de la Madona tüta negra”. Ecco il confine, il Campo dei Fiori, la Valcuvia sono luoghi che hanno catturato fortemente l’immaginazione, come le ville liberty abbandonate e ormai possedute dalla vegetazione, l’archeologia industriale sulle rive del Maggiore o del lago di Varese».
Ad incuriosire l’artista non è solo il territorio, ma sono anche le persone che ci vivono. «Mi ha colpito la paura atavica che gli abitanti del lago Maggiore hanno del vento. È come un dinosauro che dorme e quando arriva disfa tutto. Sul lago di Como non abbiamo un vento così cattivo. È un timore ancestrale e commovente perché mostra quanto un popolo abbia chinato al testa a un potere più grande». Una miriade di aneddoti e di istantanee immaginarie si sono mescolate ai fatti del giorno, creando un giornale speciale in grado di raccontare una terra che potrebbe tranquillamente stare in un album di Van De Sfroos. «La Varese che ha paura per ogni giorno in cui non lavora e sembra soffra quando non è produttiva, ma che poi rivela tutto uno spirito fatto di storia, natura, luoghi apparentemente dimenticati e si dedica poi allo sport, alla cultura e ai dialetti. Sembra che sia fatta solo di produttività, ma ha ancora un esoscheletro verde, le acque e le terre». Una conoscenza che Davide deve, oltre alla frequentazione da piccino e a quella da musicista, alla docufiction girata nel varesotto: «Facendo un percorso antropologico mi ha colpito questa latitudine che non tutti conoscono».

E, da comasco, svela una punta di invidia «per come Varese ha trattato il suo ex-ospedale psichiatrico, dandogli una nuova vita. L’ex psichiatrico di Como è un paese nella città, ma nascosto nel verde perché la malattia mentale era imbarazzante. Oggi non si sa ancora che fine farà e marcisce dentro se stesso. Sono migliaia le possibilità da un bell’ospizio o una cittadella della cultura o universitaria. Vedere ciò che è stato fatto qui, però, fa ben sperare».Ma non basta «frequentando queste terre, ho visto quello che avrebbero dovuto vedere tutti, nella casa del vicino». Realtà conosciute e consuete accanto a quelle minori, ma altrettanto affascinanti.«L’invito è proprio alla scoperta di quella provincia selvaggia, dove la natura riuscita a riprendersi quel che l’uomo ha lasciato. Anche laddove

c’è decadenza, emerge il fascino del misterioso». C’è la “Varese da bere”, «elegante, cittadina coi suoi Giardini Estensi, le calzature di lusso, i famosi biscotti con amaro connesso, ma poi c’è tutta la parte segreta di quella Varese che conoscono ciclisti, campeggiatori, natanti». Una scoperta che passa anche attraverso i grandi personaggi storici «come i Borromeo o Alessandro Volta – comasco, simbolo della città – che, ospite sul lago Maggiore, vede delle bolle sulla superficie dell’acqua, ne prende un campione, scopre che prende fuoco e, ridendo e scherzando, scopre il metano di fronte alla rocca di Angera». Conoscendo di più la storia di una provincia «capisci quanto tutto questo territorio insubre sia unito e non diviso, come abbiamo fatto noi in uno stadio o con un confine finto».

Davide snocciola tutto con la sua straordinaria arte affabulatoria, quella che lo fa amare dai fan e fa apprezzare le sue canzoni. È impossibile, però, chiedergli quale preferisca.
«Posso dire sinceramente che il peso della lirica di “Akuaduulza” o de “L’infermiera” o de “Il Reduce”, non è lo stesso del “La furmiga” o “La balera”. Ma non posso dire che non abbiano valore “La curera” e la Balera, perchè sono come “La locomotiva” per Guccini».
Il legame più commosso è con quei pezzi «che ti hanno costretto a scavare di più dentro di te, per tirare fuori ciò che magari non pensavi di avere il coraggio di sondare». Un affetto più tenero lo riserva per «quelle più semplici e infantili che però sono state quelle che hanno fatto cominciare tutto. Semplici ma con un’alchimia intrinseca non scontata».
Non tutte però, come “Il libro del mago” tornano sistematicamente nella scaletta dei live. «Quella è proprio una canzone difficile. Mi crea problemi scavarmi così tanto dentro, quando sono sul palco. Le canzoni sono come delle reti: le metti in acqua e, dopo 20 anni che sei in giro, c’è dentro di tutto: rottami, pesci grossi e piccoli».
Ma, alla fine, è una la curiosità che rimane: perché Davide Van De Sfroos canta i “pirati di Varese”?
«C’è una motivazione antropologica e sociologica – spiega ridendo -. Io ho suonato ovunque e, a qualunque latitudine fossi, la prima persona che incontravo era sempre di questa provincia. Andavo in Irlanda, a New Orleans, a Berlino, in Sardegna o al Central Park di New York? Trovavo uno di Busto Arsizio, di Saronno, di Castellanza o di Busto Garolfo. Ce n’erano persino due a Bruxelles tra i 35 presenti a un concerto. Perciò mi sono detto che quelli di Varese sono ovunque proprio come dei pirati. Arrivano persino in “Yanez”, che ha come sfondo la Romagna. Tu pensi che Varese abbia dei confini, ma in realtà non ne ha».