VARESE Alto, snodato, la gestualità insistita e teatrale, l’eleganza d’un eloquio mai banale, il motto di spirito capace di diradare qualunque nuvola. Questo era Lucio Paliaga – morto ieri all’età di 80 anni, i funerali oggi giovedì 1 aprile alle 14 a Biumo Inferiore – quand’era dentro un’aula di tribunale, avvocato di grinta e di fama, di saggezza e di successo. Ma questo era Lucio Paliaga anche fuori dell’aula: un attore consumato e divertito della commedia della vita. Un attore che piaceva a se stesso prima che agli altri. Che ripassava nottetempo e a voce alta con i compagni d’università, passeggiando sotto i portici di corso Matteotti, la materia d’esame il giorno successivo all’università. E che faceva lo stesso -cambiata la sede del deambulare e gl’interlocutori- alla vigilia d’un importante processo. Aveva ricevuto il dono dell’ironia e lo dispensava con prodigalità. Sapeva dissacrare amabilmente e sdrammatizzare seriamente. Una doppia attitudine che ne aveva favorito la carriera professionale e i rapporti sociali. Fu protagonista d’una stagione tragica della cronaca nera e giudiziaria, facendo da mediatore per i sequestri Riboli e Parma, con esito sfortunato nel
primo caso e felice nel secondo. Venne nominato difensore d’uno dei maggiori imputati di Tangentopoli. Seguì molti altri casi, abbinando un’apprezzata competenza a un altrettanto apprezzato tratto di cordialità. La presidenza della Camera penale giunse come meritato riconoscimento delle sue qualità.Profugo istriano (era nato a Pola nel 1930) e nostalgico dell’Impero austro-ungarico, non perdeva occasione per celebrare la Mitteleuropa degli anni dorati. Il Palazzo Estense e il parco che lo fronteggia gli ricordavano i fasti del castello di Schoenbrunn, nell’amatissima Vienna dove aveva più volte assistito al celebre concerto di Capodanno. A Varese s’ambientò subito e bene, concluse gli studi superiori al liceo Cairoli. Coraggioso sino alla temerarietà nell’esercitare il mandato che gli affidavano i clienti, confessava agl’intimi d’avere una fifa blu verso ogni più piccolo malanno. Ma a chi lo andò a trovare in ospedale, non troppo tempo fa, alla vigilia d’una coronarografia che temeva moltissimo, nascose il timore dietro le solite battute. Il solito disincanto. La solita complicità con il destino. Qualunque fosse il destino riservatogli. Come un vero Asburgo, sapeva intingere le piccole cose della quotidianità nella grande malinconia dell’umanità dolente.Max Lodi
e.marletta
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