VARESE <La crisi economica è una punizione divina per coloro che non hanno messo in pratica la Shariah – la legge di Allah». Queste le parole scelte dall’Imam Ibrahim per l’orazione del Ramadan. Il suo è stato un sermone proferito con enfasi in arabo e poi diffuso in italiano, tradotto da Samir Barudi, portavoce della comunità islamica di Varese e provincia. Ad ascoltarlo c’erano più di 1200 fedeli, provenienti da Turchia, Marocco, Tunisia, Senegal, Pakistan, Siria e altri paesi. Tutti raccolti ieri mattina nel campo di calcio delle Bustecche. Uno spazio che a vederlo sembrava diventato piccolo tante erano
le persone strette le une vicino alle altre. Erano lì per ricevere i premi che Allah riservava a coloro che hanno vissuto il mese di Ramadan nel suo timore e con obbedienza assoluta. «L’occidente dovrebbe imparare da noi» ha continuato l’Imam. «Allah ha proibito la speculazione, lo sfruttamento, l’usura e gli interessi bancari che portano il ricco a diventare sempre più ricco e il povero più povero. In America il 90% della ricchezza è in mano al 3% della popolazione. Allah, invece, ha imposto lo “zakah”, una tassa di purificazione pari al 2,5% del reddito annuo a favore dei poveri».
Nel sermone si è parlato anche di emigrazione, forse con un riferimento ai respingimenti: «gli emigrati, per sopravvivere, devono rischiare la morte» ha detto l’Imam. L’appello conclusivo è stato per la pace: «seguiamo l’Islam per la fratellanza e il perdono. Islam significa pace. Non lasciamoci trascinare dalla società materiale. Per costruire una vera pace non bisogna essere avidi e mettere in pratica la Shariah». La cerimonia è durata dalle 8 alle 11. I fedeli hanno cominciato ad arrivare fin dalle 7 del mattino. Gli uomini per primi, indaffarati a “foderare” il campo di calcio con un enorme telo di plastica, come a simulare il pavimento liscio e pulito di una gigantesca moschea. Le donne sono entrate sul retro, dalla porta del campo che dà sugli spogliatoi. Tra le file dei fedeli, durante “l’esaltazione di Allah” che precede l’orazione, venivano distribuiti sacchetti in cui riporre le scarpe. Gli uomini, prima del rito, avevano allestito un bazar il cui ricavato sarà devoluto a pagare le spese del centro culturale (sono 18mila euro all’anno solo per l’affitto). Sui tavoli anche del the aromatico servito caldo, noccioline, profumi, cd, tuniche e qualche prodotto occidentale. E poi c’era una scatola per “zakah al sitr”, la tassa coranica del Ramadan che viene devoluta ai poveri. Grande entusiasmo ha riscosso il braciere con la carne, il cui profumo riempiva di allegria l’aria. Per tutti i fedeli, infatti, quel profumo significava la fine del digiuno. «Il digiuno significa sacrificio. Un periodo in cui vi siete sentiti come i vostri fratelli poveri» ha detto l’Iman nella prima parte dell’orazione.
A conclusione del rito si è tenuta una grande festa. Le donne distribuivano “makkot” – biscotti ai datteri – e cioccolatini. I bimbi, con i vestiti tipici, correvano portandosi dietro i palloncini su cui c’era scritto “Ramadan karim”, tradotto: «Ramadan generoso». La gente si dava due o tre baci, a seconda dell’usanza turca o marocchina. Le più giovani, al tradizionale chador, avevano abbinato anche un cappuccio largo, «per proteggere ulteriormente la bellezza della donna» spiegano. Tutti i fedeli, indistintamente dal paese di provenienza, dall’età, dal conoscersi o meno prima di quel giorno, si salutavano con un
«salamaleco, mabrouk laid». Ovvero con un «pace con voi e che sia una festa benedetta». Tanti i giovani che, come ovunque nel mondo, parlavano di scuola, sport e facebook. Per esempio, c’era Sarah – lo stesso nome della prima moglie di Abramo – che frequenta il liceo scientifi per diventare un medico e sogna di andare almeno una volta nella vita alla Mecca. C’era Youssef Ihya, ex corridore, che ha vinto numerose gare di corsa anche senza un rene e che racconta: «Tutto merito di Allah che mi ha dato la forza di superare la fatica».Adriana Morlacchi
e.marletta
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