– La tripla vita di Buffa a Varese. Prendi un uomo libero d’animo e di testa, con una passione grandissima e sincera per tutto quel che fa, che ringrazia per tutto quel che ha e con un desiderio entusiasta e umile di apprendere e avrai Federico Buffa, telecronista e commentatore sportivo classe ’59. Sabato sera, alle 21, salirà sul palco del teatro Apollonio di Varese per quella che lui stesso ha definito la sua “terza vita”. È una sfida la sua: dopo esser stato avvocato e giornalista, ora si
cimenta nel mestiere d’attore in “Le Olimpiadi del 1936”. Uno spettacolo su una delle edizioni più controverse dei Giochi Olimpici, disputata mentre il regime nazional-socialista raggiungeva l’apice della sua forza. Guerra e sport, supremazia e uguaglianza emergono nella rappresentazione cui prendono parte i musicisti Alessandro Nidi, Nadio Marenco e la giovane cantante Cecilia Gragnani. Il cronista ha lasciato le tavole del parquet per le tavole del palcoscenico, lo storyteller delle “Storie Mondiali” si fa cantastorie e interprete.
Potrei dire che è il sogno di un bambino, ma non basta, perché mi ci ha portato un’irripetibile susseguirsi di eventi. A partire dai programmi tv di successo nei quali raccontavo storie di campioni visti da un brillante regista teatrale, Emilio Russo, che mi ha proposto l’idea. La mia risposta immediata è stata: «No, ma è il mio sogno di bambino, quindi ci proviamo».
Il regista mi ha chiesto quale argomento avessi più desiderio di approfondire e raccontare. Lui poi si è andato a cercare il personaggio della storia realmente esistito: Wolgang Fürstner, comandante del villaggio olimpico. Lo interpreto per la metà dello spettacolo che ha quattro digressioni: da quella onirica degli anni ’50 a quella dell’oggi di chi sa com’è andato tutto, le
storie e le condizioni che condussero a quelle olimpiadi. I personaggi: da Jesse Owens che di medaglie ne vinse addirittura 4 all’atleta coreano Sohn Kee-Chung costretto a presentarsi in gara con il nome giapponese perché il suo paese all’epoca era annichilito dal Giappone.Lo spettacolo è una sorta di melting pot: un crogiuolo che mescola storia, cronaca, pièce teatrale e musica.
In Canton Ticino, dove faremo due date, lo presentano come monologo per attore con musicisti. In realtà, al di là delle personali velleità teatrali, alla base c’è il testo, potente ed evocativo, di Russo. Io mi impegno in un’arte che non conosco in un’età non giovanissima. Posso fare del mio meglio e lavorare su voce, corpo e pause che in televisione non esistono. Due ore tutte le sere sono impegnative, ma ogni volta che lo show finisce vorrei rifarlo. I professionisti mi dicono “vedrai che ti passa”, ma io, per ora, mi diverto da impazzire. Non vedo l’ora, per esempio, di arrivare a Gela, nella profonda Sicilia, quando avremo due spettacoli lo stesso giorno. Mi piace tantissimo l’idea di riproporlo in poche ore.
L’altro lavoro in questo momento non c’è. Oggi sono questo e solo questo. Vado bendato e senza rete a cercare di fare qualcosa di difficilissimo. Non so cosa ci sarà per me in futuro. Questo è uno spettacolo ritagliato intorno a me, alle mie caratteristiche, non devo misurarmi con Shakespeare o Cechov. Vedremo cosa accadrà in seguito. Io ho un privilegio, uno dei tanti: non ho responsabilità. Non ho famiglia, né genitori né figli. Se avessi un mutuo da pagare o una figlia da mandare all’università, sarebbe diverso. Ma se sono responsabile solo per me e di me, e se me lo posso permettere, ogni 15 anni voglio fare cose mai fatte prima. È palese che non abbia basi per fare l’attore, ma non è detto che non possa migliorare. Io ho già tre vite: quella d’avvocato, da giornalista sportivo e quella appena iniziata.
Il giorno della prima a Roma, un paio di settimane fa, ho sentito un po’ la tensione autentica per la prima volta. È normale quando entri in un teatro che si chiama Gassman e il direttore, per farti sentire a tuo agio, ti presenta il camerino come “quello di Eduardo De Filippo”. Al ventesimo del primo tempo, per la tensione, ho sentito una specie di “lancia” nel piloro e mi sono accorto che facevo fatica a stare in piedi. Mi sono dovuto sedere in anticipo di 15 minuti rispetto al copione, tagliando un pezzo di spettacolo, i musicisti si sono accorti da questo che qualcosa non andava. Se fossimo stati in tv, tutto si sarebbe bloccato per mezz’ora e poi avremmo ripreso. In teatro invece vai incontro a degli imprevisti e devi risolverli, è una sfida. Sei nudo di fronte al pubblico che ti vede come sei davvero, ma anche tu vedi le persone in sala e ne percepisci la presenza, questo fa la differenza.
Questa è l’unica cosa che realmente mi lusinga. Non ho grande considerazione di me da giornalista e nemmeno da artista. Ma è lusinghiero vedere in sala una marea di ragazzi, anche di 13 o 14 anni. Alla fine dello spettacolo di sabato scorso ho fatto un esperimento. C’erano gli amici di Cecilia, che canta con noi. Bei tipi, giovani diplomati e un paio di universitari. Ho chiesto se avessero mai sentito parlare di questa storia delle Olimpiadi del ‘36 e 7 su 7 hanno detto no.
Questo angoscia da una parte, ma stimola dall’altra. Non è possibile che questo passato sia così passato nella percezione dei giovani italiani, e stimola la voglia di fare qualcosa di divulgativo. Quando hai il privilegio di avere un pubblico così, hai anche la responsabilità di lasciare qualcosa che resti loro per sempre. Se ci riuscissi anche solo in un caso, avrei la certezza di aver fatto qualcosa di buono.
Io ho un’età tale da aver vissuto epoche diverse della Varese sportiva. Il mio esordio a Masnago credo sia stato a 9 anni, quando mio padre mi portò a seguire Ignis-Simmenthal insieme ai suoi colleghi, con un Manuel Raga fortissimo che distrusse gli avversari. Al palazzetto sono stato non meno di 100 volte e credo proprio di aver visto tante, se non tutte, le ere della Pallacanestro Varese. Ho una venerazione per quel luogo che non è cambiato più di tanto negli anni: perimetro e profumo sono sempre gli stessi. Tempo fa ho quasi rischiato di essere io a raccontarne la storia per la particolarità di Varese d’essere, in Italia, la città con più tifosi al di fuori della propria provincia. Ne avevamo parlato con Gianmaria Vacirca, ex consulente marketing della Pallacanestro Varese e amico.
Sì. Ho sempre seguito le mie passioni. Quando mi chiedono “come fai a sapere tutte quelle cose?”, rispondo che quando nella vita passione e lavoro corrispondono non sai mai dove finisca l’una e inizi l’altro.













