Viaggiando tra Varese e gli Usa con il terzo incomodo

L’editoriale del direttore di Rete 55 Matteo Inzaghi

Dieci giorni negli Stati Uniti mi hanno permesso di passare dalla campagna elettorale varesina a quella americana. Diverse proporzioni, diverse dinamiche, diversi effetti. Ma un tratto comune c’è. Ed è la consapevolezza degli schemi. La simmetria evidente, seppur platealmente negata, tra schieramenti apparentemente distanti eppure speculari. Succede ai piedi del Sacro Monte, col centrodestra e il centrosinistra. Succede negli Usa, dove il bipartitismo (im)perfetto contrappone figure a prima vista contrarie ma nello stesso tempo, analoghe. Mi è capitato di notarlo da un osservatorio privilegiato come Chicago, città che ha dato i natali a Lincoln, del quale la raffinata downtown e il grande parco affacciato sul lago Michigan tramandano la suggestione di una democrazia compiuta, solida, ma scossa dalla crescente insofferenza nei confronti di un gioco delle parti ormai logoro e logorante. Ecco perché, a fronte di una manichea impostazione mediatica che, anche in Italia, insiste nel riservare il proscenio al duello Clinton-Trump, il dibattito più autentico e stimolante che si coglie nel cuore del Midwest verte su un’altra sfida, tutta interna ai Democratici: quella tra Clinton e Bernie Sanders. È quest’ultimo il potenziale punto di rottura, il vero elemento di disturbo che, nonostante sondaggi e previsioni, appare oggi come l’aspetto più insolito e dotato di potenzialità dirompenti della partita in atto. Nato come indipendente, il senatore del Vermont si sta facendo largo nel corso di primarie che sembravano confezionate su misura

per Hillary e che ora, invece, presentano qualche incertezza in più. A differenza di una classe dirigente, potente e milionaria, che sostiene la signora Clinton ma che non avrebbe granchè da perdere se a vincere fosse un repubblicano, Trump compreso, esiste una sempre più forte e incisiva componente democratica che guarda a Clinton con la stessa ostilità con cui vede l’improbabile riporto dello stravagante immobiliarista newyorkese. Una delle battute più in voga nella agiata società lincolniana ripete quanto sia «meglio perdere con Trump che vincere con Hillary», tanto per ribadire la diffusa antipatia per la ex first lady, vista come l’incarnazione del potere di Wall Street, portatrice spregiudicata di interessi particolari e di una politica destinata a ripetere il nulla di fatto dell’era Obama, lasciando i bisognosi a bocca asciutta e garantendo sonni tranquilli all’elite. A questo quadro, considerato analogo (almenso nella sostanza) a quello repubblicano, tenta di rispondere l’outsider Sanders, che promette, tra l’altro, una vera riforma del sistema sanitario e una normalizzazione delle università pubbliche, rese pressoché inaccessibili da rette sempre più salate. Difficile fare previsioni. La strada è ancora lunga e i due principali sfidanti godono di ampia visibilità e ricchissime dotazioni economiche. Ma se è vero che l’intero pianeta è al centro di sommovimenti politici sempre più allergici allo status quo, esiste la (ancora remota) possibilità che anche la Casa Bianca viva il proprio sospirato colpo di scena.