Volley, la Yama fenomeno della porta accanto

 BUSTO ARSIZIO Quanti abitanti fa Busto Arsizio? 82mila, più o meno. Sabato sera al palasport c’erano cinquemila persone: vuol dire che, tolti vecchi e infanti, un bustocco su dieci è stato stregato dalle farfalle e le ha spinte al trionfo. È questo il vero trofeo della Yamamay: dieci anni fa, quando la favola è cominciata, giocava nel deserto, oggi ha il pubblico più caldo d’Italia e uno dei più caldi d’Europa. E senza lo straccio di un gesto incivile: trovate un altro posto così nello sport di vertice.

La Yama è il fenomeno del momento, dell’anno, forse sarà persino il fenomeno del decennio. È arrivata fin qui un passo alla volta, inciampando anche nelle primule, ma imparando da ogni errore con la saggezza dell’adolescente posato e un po’ secchione che dimostra più degli anni che ha. Non è un gigante dai piedi d’argilla né una meteora, perché fa della normalità la sua eccezionalità.

La Yama non è un fatto di campanile limitato a Busto città. La rivalità con Villa Cortese è recente e sentita, ma fatalmente destinata a scemare se e quando la MC-Carnaghi lascerà Castellanza. La Yama rappresenta un’intera provincia, attira gente anche dal capoluogo. La Yama è un fatto di costume (facile dirlo, visto lo

sponsor). Guardatele, le farfalle: oltre che vincenti, sono belle e sorridenti. Sorridono sempre, anche quando la tensione agonistica dovrebbe sfigurarle. Alcune si passano un velo di trucco sul viso quando giocano: vezzo strambo, però sono donne, non facciamogli troppe domande. Tanto la risposta sarebbe spiazzante, e tradirebbe una volta di più la loro normalità.

La Yama conosce il valore del tempo e dei cicli. Per esempio, ha saputo aspettare di crescere. Per esempio, sa che tra due settimane finisce la stagione e già fra tre le protagoniste potrebbero emigrare altrove. Il baricentro del volley è a est: club turchi, azeri, russi hanno palate di danari da investire, facile che le stelle della Futura – a cominciare da Havelkova – siano nel loro mirino. Anche per questo il triplete, dopo il doblete, oltre che un bel sogno è quasi un dovere: un’annata così è da ora o mai più. Ma solo da un lato: dall’altro, se anche dovesse partire qualcuna sapranno rimpiazzarla, tenendo altissimo il livello del prodotto.

L’eventuale (possibile, probabile?) scudetto non sarebbe l’apice, perché pur vincendo tutto i margini di progresso sono ancora da esplorare. Questa squadra è giovane e non sa nemmeno quant’è forte. O forse l’ha scoperto sabato: senza Havelkova, capitana-leader-terminale che sta alla Yama come Messi al Barcellona, ha vinto lo stesso, pure con relativa facilità. Significa che anche coach Parisi ha gli Xavi, gli Iniesta, i Puyol. Significa che è un progetto vero, non aggrappato a singole fuoriclasse come il Galatasaray di Lo Bianco.

Postilla. L’atmosfera della finale Cev è stata indimenticabile per chi l’ha vissuta: uno spot della pallavolo femminile. Se i mammasantissima la trattassero come merita, sfonderebbe ben oltre i periodici blitz della nazionale. Hanno contribuito anche i turchi: patriottismo e saudade ne hanno spinti 400 a calare da Svizzera e Germania. Non capivano nulla di fast e pipe, ma hanno reso speciale la festa con suoni, colori, calore. E hanno evitato le sconcezze da ultrà calcistici quali probabilmente sono, accettando serenamente un verdetto amaro. Altro miracolo del PalaYamamay.

Stefano Affolti

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