Zafòn in cantastorie medita il gran finale

«Mi considero un cantastorie, e per raccontarle uso un format particolare: i libri, che per me non sono solo un pacco di carta. Un libro, può essere anche uno schermo e non cambia nulla. Quello che cambia anche nell’industria dell’editoria, è la distribuzione».Alto e massiccio, baffi e pizzetto neri, ampia stempiatura e occhiali con la montatura color salmone, il quarantottenne spagnolo (ma da tempo vive  a Los Angeles), Carlos Ruiz Zafòn, hidalgo della letteratura mondiale, che dei suoi libri tradotti in 45 lingue ha venduto oltre  27 milioni

di copie, nella saletta di un lussuoso albergo milanese, racconta Il mestiere di scrittore e i suoi romanzi, e in particolare “Il prigioniero del cielo” (Mondadori, 340 pag., 21 euro) terzo tomo di quella che è stata definita la tetralogia catalana.Dopo “L’ombra del vento” e “Il gioco dell’angelo”, Barcellona è ancora il mitico fondale in cui si incrociano diversi destini e drammi universali e il male ha il volto di un fascismo fatto di torture e avidità sconfinate. Su La Provincia del 13 marzo un’ampia intervista a Zafòn.

c.colmegna

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