Zecchin: «Mamma che calore» Pucino: «C’è solo il Varese»

Un ariete, Nicola Laurenza ha appena caricato la squadra occhi negli occhi, parole da brivido rosso nel verde del parco.

Zecco è rapito: «Bello! Ora possiamo dirlo… abbiamo visto anche questa. È il primo anno che sento questo tipo di carica al raduno, la spinta del presidente c’è».

Avanti con Gianpietro , più o meno matrimonio a vita: «A Varese io sto bene, sto tutto. Alla fine, l’ultima stagione siamo comunque arrivati a un passo dai playoff, ripartiamo con l’obiettivo di tornarci. Mister e tanti ragazzi nuovi: ci aspetta un inizio difficile, dobbiamo conoscerci».

Daniele Corti è assente giustificato, arriva oggi, l’altra punta della triade forever si chiama Swarovski Pereira: «Nicola Laurenza ha una voglia matta di lavorare e fare crescere il progetto. Per me il Varese è qualcosa di bello, ma è scontato, però emozioni così lo rendono ancora migliore. Sono e credo siamo tutti veramente carichi. Ebagua? Giulio è un amico: in bocca al lupo, ma noi giocatori passiamo».

«Ehi Achraf, siamo all’anno vero?». «Dicono tutti così, sai che lo penso anche io?». Il buon non smentisce la sua intelligenza: «Spero di arrivare al top, prendendo possesso della fascia sul campo e della serie A… con me in campo!».

Avanti: «Fisico, testa e tecnica credo siano quelli giusti, ora ho messo su anche un minimo di esperienza. Tocco ferro, non dovrebbe mancarmi niente per salire l’ultimo gradino: sta a me esserne capace».

Toc toc a Raffaele, un altro che non difetta di mente pensante.

Il casertano viene descritto nel limbo, interiore ed esteriore, è così davvero? «Adesso sono qui e penso a vestire questa maglia al meglio, per il momento non mi faccio mettere pensieri in testa. Sono pieno di stimoli, la scorsa stagione non è stata giusta né per me né per la squadra. La concentrazione è sul Varese e su quello che non ci è riuscito nelle ultime stagioni, l’obiettivo di arrivare in A mancato due volte: poi fa parte della vita, il Varese potrà avere la A senza di me e io senza di lui».

I “vecchi” sono carichi: la parola passa al campo.

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