Busto, 80 anni fa nasceva Gianni Fusetti. E uno stile

BUSTO ARSIZIO Nasceva ottant’anni fa, e quanto ci sarebbe bisogno oggi del suo stile. Della sua pacatezza che però sapeva essere grintosa, della sua capacità di scrivere per tutti, a partire dagli umili, e di non mettersi mai in mostra bensì semplicemente al lavoro.Gianni Fusetti – scomparso due anni fa – era nato il 5 febbraio del 1931: una classe speciale, che ha saputo dare prove di grande impegno per Busto, come dimostra ancora oggi un suo compagno di viaggio culturale, il pittore Carlo Farioli. Prendiamo quell’alleanza per la città che erano le litografie accostate alle poesie. Nella serie dell’82, dedicata alle cascine, sottolinea il professor Nino Miglierina, si respirava questa volontà di «cucire le reminiscenze locali» – anche degli scorci della città non industriali, dal sapore ancestrale – e «tramandare ricordi e richiami» alle nuove generazioni. Una cucitura paziente, minuziosa, e questa precisione – viva, mai asettica – emergeva anche nel giornalismo. Tra l’altro, oggi il Comune, la Famiglia bustocca e la Prealpina lanceranno un premio dedicato a lui. Fu trent’anni proprio alla Prealpina, dove terminò la carriera come caporedattore, e analizzando il suo cammino professionale non si possono raccogliere tutte le esperienze nei giornali, anche e soprattutto grazie allo sport, grazie alla sua Pro Patria. Ah, la sua Pro, come si indignerebbe oggi, vedendola martoriata. Nel pezzo a fianco pubblichiamo un suo stralcio uscito il 3 gennaio 2001 sul Tigrottino (per cui ringraziamo il mitico Luciano Pistocchini), dedicato a Riva, Rabolini

e Speroni. Nomi da non dimenticare, ammoniva Gianni Fusetti, tornato a scrivere di Pro dopo la meritata pensione, perché la gente glielo chiedeva. E lui prometteva di tornare allo stadio, ma certo era dura – confessava – perché le sue domeniche erano state scandite per lunghi anni dai tigrotti, e ora sentiva di dover stare accanto alla famiglia, alla sua Lina, alla figlia Laura e alla nipotina Maddalena. Ma in un altro articolo scritto per il Tigrottino, confessava: «Posso dire di aver avuto più soddisfazioni giornalistiche dallo sport che dalla politica che pure ero costretto a seguire».Lo Speroni, i colori biancoblù, la gente di Busto, quella per cui vale la pena scrivere e credere. Come ha sempre creduto lui nelle associazioni, anche quando muovevano i primi passi e cercavano ansiose fiducia. Comprensivo, ma rigoroso: ad esempio sul rispetto nei confronti del dialetto, forse sulla scia degli studi classici che imponevano una seria consapevolezza del potere della lingua, tanto più se delle radici dell’umanità o di una comunità: era proprio come lo descrive Antonio Tosi, ul Pedela, legato a lui da un sincero affetto: «Ha sempre dato tanto, senza nulla chiedere».Un ritratto calzante, che stride con troppi personaggi di oggi. Ma la lezione che Gianni Fusetti ha trasmesso, non andrà perduta, nei cuori degli umili. Sarebbe bello che filtrasse anche ai giovani, perché credano in uno stile diverso, e possano capire la differenza tra essere in prima linea e correre in prima fila.Marilena Lualdi

m.lualdi

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