VARESE Immigrati colpiti dalla crisi: meno occupati, meno rimesse, pochi spiragli all’orizzonte. E con la perdita del lavoro riaffiora anche il problema della nazionalità.
Il dossier sull’immigrazione in Lombardia realizzato dalla Caritas Ambrosiana rileva per la prima volta il superamento del milione di presenze dovuto sia ai nuovi ingressi che alle nascite e conferma, sul fronte lavorativo, una diminuzione degli immigrati occupati con la novità del calo delle rimesse. Segno che la crisi economica colpisce gli stranieri, ma non li scoraggia a cercare qui nuove opportunità.
E il numero degli stranieri presenti nella nostra provincia evidenzia un incremento del 7,8% dal gennaio 2010 allo stesso mese del 2011.
«Il problema occupazione degli stranieri ha la stessa natura di quello dei nostri connazionali – spiega Enrico Angelini, assessore ai Servizi Sociali – In altre zone del Paese gli immigrati sono disponibili a fare lavori che non vengono più scelti dai nostri giovani. Non mi risulta, però che vi siano numeri tali di immigrazione da mettere in alternativa come quantità e qualità di occupazione quella per gli autoctoni».
«Il problema non è peggiorato a un livello tale da superare quello di guardia – aggiunge – È l’impressione che ho relazionandomi quotidianamente con il territorio. La difficoltà lavorativa degli stranieri non è determinante, ci sono altri fattori che incidono di più sulla crisi». Gli occupati immigrati a Varese sono impiegati soprattutto nel ramo delle costruzioni e in prevalenza si tratta di albanesi (18,4%). «I risultati di Caritas sugli stranieri non mi stupiscono visto che la maggior parte degli ingressi più recenti nel nostro settore sono stati di stranieri» spiega Gianpietro Ghiringhelli, direttore dell’associazione costruttori.
«Fino a prima della crisi, 2008/2009, erano al 95% i lavoratori stranieri operai sul totale dei nostri – prosegue – Con questa massa di occupati stranieri pre-crisi, è evidente che molti dei disoccupati stranieri siano nell’edilizia, il settore è in crisi e ha perso in provincia il 25% della manodopera passando da 10.200 unità, nel 2008, a circa 7.100 nel 2011».
Di pari passo con la crescita dei disoccupati emerge la questione nazionalità. Come spiega il dossier Caritas, i figli dei migranti, stranieri per legge anche se italiani per cultura, potrebbero essere un giorno rimpatriati in un paese che non conoscono, perché il padre o la madre perdono il lavoro e con questo il diritto al soggiorno.
Da Caritas l’invito a una nuova legge sulla cittadinanza per la quale si sono già mossi anche i sindacati con la raccolta firme della campagna “L’Italia sono anch’io”.
«Gli immigrati sono i primi a risentire della crisi rientrando tra le fasce sociali più deboli – commenta Oriella Riccardi della Cgil – Sono i primi a essere inseriti in livelli bassi e nel lavoro precario. La crisi continua a colpire duramente: è in aumento la cassa integrazione e le piccole aziende chiudono. La situazione è sotto gli occhi di tutti. Il problema emerge anche per gli stranieri rifugiati: dobbiamo pensare al futuro di queste persone e a come possano essere inserite nel lavoro».
«Ci siamo battuti all’inizio della crisi per un sistema di ammortizzatori sociali che aiutasse le persone indifferentemente dalla loro provenienza con le cosiddette doti lavoro per i disoccupati: sono in crisi le famiglie italiane e lo sono quelle straniere» spiega Sergio Moia di Anolf Cisl.
«Chiaramente per le famiglie straniere la difficoltà è più grande non potendo contare sull’aiuto di una rete familiare ampia e non avendo una casa di proprietà» conclude il sindacalista.
Elena Botter
s.bartolini
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