di Stefano Affolti
VARESE Ore 14.45 di un giovedì di ordinaria canicola: si consuma il Grande Strappo tra il Varese e la sua gente. Per la prima volta dal 1846 la squadra si allena a porte chiuse: fuori tutti quelli che non sono dello staff, tranne i giornalisti e due elettricisti impegnati nei lavori alla centralina. Fuori anche i bambini della scuola calcio: sospeso il turno dalle 15 alle 17.
Via Vellone, ingresso laterale che dà sugli spogliatoi: Olly Monetti fa entrare chi può e cortesemente respinge chi non può. Dalla torrefazione di fronte gli portano il caffè, lui spalanca il suo sorriso di omone buono: «Da magazziniere a usciere, faccio carriera». Persino il Dante parcheggia fuori e poi si fa aprire, perché dentro non c’è posto per la macchina e con la sua chiave non riesce a far scattare la serratura del cancello che dà sul piazzale: «Apro il bar per il presidente», dice con un filo di voce.
L’emblema del pomeriggio assurdo a Masnago sono i bambini aggrappati al cancellone che vedete nella foto grande. L’avviso affisso dalla società per molti è una novità: non sapevano, né i calciatori in erba né i loro accompagnatori. «Il Varese li ha battezzati “Piccoli amici”: se sono amici, e per giunta piccoli, che senso ha lasciarli fuori come se fossero pericolosi?», è l’amara riflessione di una mamma che ammette di «non capire nulla di calcio, ma di buonsenso sì».
Non è l’unico esemplare di genitore ignaro che s’è presentato e ha trovato il “Franco Ossola” blindato. Un padre smoccola in aramaico prima di sgommare via: «Sono partito da Induno, sono andato a prendere mio figlio a Varano Borghi, per portarlo qui ho perso un’ora di lavoro e guidato per 50 chilometri. Sacrifici che faccio volentieri, ma questo è prendere in giro. Nessuno ci ha detto nulla, non si fa così». Rincara la dose un’altra mamma, in una mano quella del pargolo deluso e nell’altra il sacchetto col pallone: «Per fortuna io sono di Varese, ma scriva che c’è gente che prende i permessi al lavoro per portare qui i bimbi. Sono arrabbiatissima».
Il più inferocito è uno che sul campo di calcio ha passato una vita: Giuseppe Papa, decano degli istruttori biancorossi, è sorpreso. «Ho preso il treno a Vedano e poi l’autobus qui in città, arrivo e trovo il cancello chiuso. Meno male che ho un altro turno di allenamento dopo le cinque, altrimenti era una giornata buttata».
Marco Caccianiga, motore della scuola calcio, allarga le braccia: «Abbiamo saputo della sospensione dell’attività solo mercoledì nel tardo pomeriggio: abbiamo avvertito col passaparola tutti quelli che potevamo, però ci sono tanti bambini che non hanno ancora perfezionato l’iscrizione e quindi non sono per noi facilmente contattabili. Mi spiace, ma di più non potevamo fare».
Poi ci sono gli habitué, i pensionati che tra chiacchiere, lettura dei giornali, tv, caffè, ammazzacaffè e una sbirciatina agli allenamenti stanno al Goalasso per svariate ore al dì. «Può darsi che a qualcuno – dicono in coro – nella situazione delicata di questi giorni sia scappato un commento salace: ma per spronare, giammai per seminare zizzania. L’altro giorno uno di noi ha detto a Carbone: se non fai risultati dimettiti. Ma così, come lo sto riportando a lei, senza eccessi di alcun tipo».
E aggiunge: «Siamo sempre qui, amiamo questi colori, la schiettezza dei rapporti e il clima ruspante sono stati le armi vincenti dell’ambiente fin dall’Eccellenza. Non pensavamo che alle prime difficoltà si sarebbe arrivati a questo punto».
Nella voce stizzita di un tifoso fa capolino l’idea fatale: «Ho parlato con altri abbonati, stiamo pensando di stare fuori anche sabato durante la partita con l’Albinoleffe. Sarebbe il momento di unirsi, non di dividersi: ma se non vogliono la gente, può darsi che poi sia la gente a non venire. Come i tifosi dovessero scontare chissà quale colpa: ma il mercato l’abbiamo fatto noi».
Oggi sarà la stessa cosa: dentro solo gli addettissimi ai lavori. E ieri sera la squadra ha anticipato il ritiro all’AtaHotel di viale Aguggiari. Per compattarsi e concentrarsi, è la motivazione. Qualunque sia l’opinione che vi siete fatti di questa situazione, la nostra è la seguente: può darsi che, per le abitudini ruspanti mantenute nella vertiginosa scalata, troppa gente ronzi attorno alla squadra, ma tra la promiscuità e la segregazione ci sono mille vie di mezzo praticabili.
Di sicuro, comunque vada sabato, questa è una sconfitta. Se si perde anche sul campo, non è servita a niente. Se si vince, anche gli indignados di ieri gioiranno: ma la vittoria non sarà certo figlia delle porte chiuse.
s.affolti
© riproduzione riservata













