VARESE «Leggo di quei miserabili calciatori che per avidità e stupidità dissacrano lo sport che li ha generati ma non educati, lasciandoli analfabeti di sentimenti e di valori e mi chiedo se non sia giunta l’ora che chi gestisce il calcio non si ponga la domanda che si pongono i genitori di poveri ragazzi drogati (assai meno colpevoli di quei calciatori): “In che cosa abbiamo sbagliato?”». Valerio Bianchini, uno dei mostri sacri del nostro sport e un’icona
nella storia del basket, ha affidato al suo profilo di Facebook il pensiero sulla bufera del calcioscommesse. Parole forti e non banali. «Credo – ci ha raccontato – che quanto accaduto sia semplicemente sconcertante. Noi continuiamo a dire e pensare che lo sport è qualcosa di meraviglioso perché riesce a essere portatore di messaggi positivi per i nostri ragazzi: il rispetto per le regole, il rispetto per gli avversari, il miglioramento di se stessi e del proprio corpo».
E invece?
E invece bisogna tristemente ammettere che oggi lo sport è capace di portare un solo messaggio: i soldi. Io ai miei giocatori ho sempre detto di non pensare al denaro, perché i soldi non sono l’obiettivo del loro lavoro ma una conseguenza dell’essere bravi.
Cosa la fa inorridire maggiormente, in tutta questa storia?
Il fatto che questi sportivi hanno tradito il loro mandato, hanno mercificato una passione, hanno mentito a quelli che ti vengono a vedere. Ho un episodio.
Ce lo racconti.
Anni fa andai a Indiana per allenare nei campi estivi del mitico Bobby Knight: lui ci fece visitare gli spogliatoi della prima squadra. Mentre tutti erano eccitati all’idea di calpestare quel sacro suolo, la mia attenzione venne catturata da un foglietto appeso sulla porta: era una poesia.
Quale?
Diceva così: “Tu sei un giocatore di Indiana. Mentre giochi avrai addosso gli occhi di un ragazzino che cercherà di imitarti: imiterà il tuo modo di tirare, di palleggiare e di passare la palla. Ma imiterà anche il tuo modo di comportarti con gli avversari, gli arbitri e il pubblico: perché sei il suo mito. Aiutalo a crescere nel modo giusto, come sei cresciuto tu”.
Questo, che significa?
Che noi sportivi abbiamo una responsabilità enorme. E che se veniamo meno a questa responsabilità, facciamo un danno epocale.
Cosa intende quando scrive «in cosa abbiamo sbagliato»?
Forse quelli della mia generazione non sono stati capaci di trasmettere il messaggio giusto, visto la realtà che abbiamo prodotto. Noi del basket negli anni ottanta vivevamo nell’utopia di creare qualcosa di diverso: diverso dal calcio, con meno imbrogli, senza giocatori che fingono di farsi male. Abbiamo fallito: oggi è tutto uguale.
Il Varese lo scorso anno era nello stesso campionato dell’Atalanta, e ha sfiorato la promozione. Ieri i bambini della scuola calcio chiedevano ai loro istruttori: “Ma abbiamo fatto il tifo per qualcosa di finto, contro qualcuno che ha barato”?
Questa è la cosa più triste. Una volta Gesù disse che sarebbe meglio, per chi dà scandalo a un bambino, se si legasse una pietra da macina al collo e si gettasse nel mare: le parole più dure di tutto il Vangelo. Perché non c’è cosa peggiore che tradire l’innocenza di un bambino. Riflettiamo tutti quanti.
Su cosa?
Sul messaggio che diamo a questi bambini. Perché fin dalle giovanili, troppi istruttori inculcano valori sbagliati: la vittoria a tutti i costi, il guadagno facile, il barare. Ed ecco che i calciatori presi con le mani nel sacco agli occhi dei tifosi continuano a essere dei miti, dei modelli da seguire. Ecco in cosa abbiamo sbagliato.
Francesco Caielli
a.confalonieri
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