Petrolio,prezzi quasi raddoppiati da febbraio ma analisti cauti

Petrolio,prezzi quasi raddoppiati da febbraio ma analisti cauti


Roma, 14 mag. (Apcom)
– Come un ospite sgradito, il caro petrolio
si è materializzato non appena dall’economia mondiale sono giunti
segnali che diverse fonti autorevoli interpretano come un
possibile miglioramento della situazione. A New York il
barile di oro nero ha brevemente oltrepassato la soglia dei 60
dollari, un livello che non si vedeva da sei mesi a questa parte,
sospinto da vari fattori, tra cui anche un ritorno degli acquisti
speculativi. Dai minimi toccati a febbraio i prezzi sono quasi
raddoppiati, eppure gli analisti restano cauti sulle prospettive
dell’oro nero: questa rimbalzo dei prezzi, dicono, non trova
giustificazioni nei fondamentali di mercato.

Peraltro proprio ieri il cartello dei paesi esportatori di
greggio, l’Opec ha nuovamente rivisto al ribasso le sue
previsioni sulla domanda globale, stimando ora un calo dell’1,8
per cento quest’anno a riflesso della recessione generale. In
questo contesto il recupero dei prezzi di questi giorni rischia
di risultare di “breve durata”, afferma l’Opec, secondo cui va
prevalentemente imputato agli ultimi cali del dollaro, la valuta
con cui si commerciano le materie prime. Quando cala diventano
più convenienti, inoltre l’oro nero viene anche utilizzato come
strumento per mettersi al riparo proprio dalle fluttuazioni dei
cambi.

Nei giorni scorsi l’Ocse, sulla base dei risultati di marzo del
suo superindice previsionale, aveva rilevato una generale
attenuazione della dinamica recessiva, assieme a segnali di
“tentativi di pausa” sulla contrazione in alcuni paesi, tra cui
Italia, Francia, Gran Bretagna e Cina. Parlando a nome del G10
dei banchieri centrali, il presidente della Bce Jean-Claude
Trichet aveva per parte sua affermato che “ci avviciniamo al
punto di svolta” per l’economia mondiale, da cui con gradualità
si dovrebbe imboccare un percorso di stabilizzazione e ripresa.

Ieri il superamento della soglia psicologica dei 60 dollari da
parte del barile è finito in prima pagina sulla stampa
finanziaria internazionale. Il Financial Times nota che è
avvenuto nell’ambito di una generale ripresa dei prezzi delle
materie prime, mentre il Wall Street Journal mette in guardia
dall’effetto che può avere su un’economia stravolta da mesi e
mesi di crisi. In un recente rapporto, JP Morgan avvertiva che
“nel quadro di fragilità attuale (i rincari del petrolio) possono
diventare uno shock”: 10 dollari al barile in più equivalgono a
spese mensili supplementari per 5,5 miliardi di dollari per
imprese e famiglie Usa.

Nel luglio del 2008, al culmine di un rally rialzista dei
prezzi, sul Nymex – il mercato delle materie prime della Grande
Mela – il barile aveva superato i 147 dollari. Successivamente
l’aggravarsi della crisi ha zavorrato in maniera sempre più
energica le quotazioni, fino a far cadere il barile poco sopra i
30 dollari lo scorso febbraio. Quando in Europa è tardo
pomeriggio, negli scambi sul Nymex i futures sul greggio in prima
scadenza aumentano di 15 cents rispetto alla chiusura ufficiale
di ieri, con il barile di West Texas Intermediate a 59 dollari.
Nel frattempo a Londra il barile di Brent, il petrolio estratto
dal Mare del Nord, aumenta di 7 cents a 58,06 dollari.

Secondo il Financial Times si è assistito a un ritorno di
investimenti da parte di hedge funds e altri operatori
speculativi, mentre diversi fondi pensione starebbero valutando
la possibilità di riposizionarsi a loro volta sul comparto.
Tuttavia, lo stesso quotidiano cita operatori del settore secondo
cui la portata attuale degli investimenti speculativi sulle
materie prime resta ridotta, se paragonata con i livelli dello
scorso anno.

Le ultime spinte rialziste, afferma Clarence Chu, trader della
Hudson Capital Energy, sono state impartite al barile dai dati
dell’American Petroleum Institute, secondo cui la scorsa
settimana le scorte Usa di greggio sono calate. “E’ uno sviluppo
abbastanza rilevante – spiega – dato che ci si attendeva un
aumento”. Flessione che ha trovato conferme nei dati del
dipartimento per l’Energia Usa: le scorte di greggio sono calate
per l’equivalente di 4,7 milioni di barili la scorsa settimana.
Si tratta della prima flessione dopo 10 settimane consecutive di
aumenti, ma anche così, a quota 370,6 milioni di barili, le
scorte restano ai massimi da quasi vent’anni: dal 1990.

Secondo Stepehn Schork, trader e analista petrolifero, i mercati
si sono nuovamente sganciati dalla realtà. “Forniture e scorte
sono elevate, mentre la domanda è bassa e in calo. Ma
semplicemente questo non conta: conta che gli indici azionari
recuperano e che il dollaro cala. In altri termini – afferma
Schork – questo mercato non si sta muovendo sulla base dei
fondamentali”.

Voz

MAZ

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