VARESE Il giorno in cui Rivas gioca così così, Neto fa per tre. E il giorno in cui Neto gioca così così, a fare per tre è Zecchin. E il giorno in cui Zecchin non gira, Rivas gira a mille. E il giorno in cui Rivas cala, sale Pettinari. E il giorno in cui Pettinari si infortuna, ecco che rientra De Luca. E il giorno in cui De Luca non entra, lo fa Martinetti rischiando di segnare in ogni momento.
Il Varese ha una tale varietà di soluzioni nel suo armamento, che quando incontra una squadra senz’anima come il Vicenza gli basta premere sul pedale a metà del primo tempo e, quasi fosse una cosa naturale, i gol cadono dall’albero come mele mature. Perché l’albero ha un carattere così forte, e una personalità talmente definita, che perfino Rivas e Granoche, arrivati da un mese, sembrano dei veterani.
Non hanno nessuna pressione e non rischiano di snobbare nemmeno una squadra da playout: si divertono, sembrano nel loro mondo perfetto, in quella famiglia che ha come padre Maran. Con una squadra così serena, così libera di testa, così poetica da far uscire le giocate a occhi chiusi, le quattro sorelle là davanti possono essere anche risucchiate. Perché questo è un treno in corsa che non ha fermate. E sopra la freccia biancorossa ci siamo noi.
Tutta la partita hai l’impressione che il gol del Varese possa arrivare da un momento all’altro e quello del Vicenza mai: una squadra che deve salvarsi così passiva, è difficile trovarla. Ed è impossibile che si salvi. Per contro, tra le prime cinque, una squadra così matura, così pronta a sbocciare, così compatta e senza il senso del limite come la nostra, non esiste.
È un Varese che spaventa le grandi e che, da un angolo all’altro della partita, ti fa dire: questi non li fermi più. Sembra un gruppo forgiato nella roccia da Maran, e vederlo giocare (stare assieme) è un piacere. Non sappiamo dove arriverà o non vogliamo e non possiamo ammetterlo, ma sappiamo dove resterà: nel cuore di chi ha la fortuna di viverlo. Un anno fa c’era la sensazione che si stesse compiendo un miracolo, oggi essere qui è quasi normale.
Le emozioni, quelle, sono le stesse di sempre. Da Parabiago alla semifinale con il Padova, dall’Olimpico di Torino a Marassi, la curva biancorossa ha sempre cantato la stessa cosa: «Torneremo, torneremo in serie A». Una volta era un grido d’orgoglio, adesso è diventato molto di più.
Andrea Confalonieri
s.affolti
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