«Mi ha puntato il coltello addosso E io ora combatto la violenza»

«Mi ha puntato il coltello addosso
E io ora combatto la violenza»

Da una storia come tante, da episodi che potrebbero capitare a chiunque, l’unico modo per uscirne è sempre quello di prendere coscienza che la violenza di genere non è ammissibile.

Violenze fisiche e morali, abusi, atti persecutori: la prima difesa è la consapevolezza di quanto sta accadendo per interrompere il ciclo della violenza. E spesso si è portati a giudicare la vittima, e non la violenza e l’aggressore.

Questione di mentalità, tradizioni, educazione, cultura. Interrompere il ciclo della violenza: che si tratti dell’ex o dell’attuale compagno-marito con cui si vive sotto lo stesso tetto, di un perfetto sconosciuto o di un semplice conoscente.

Dalla sua esperienza ha fatto anche di più, ha voluto creare un’associazione, ha unito donne, esperte e professioniste di vari ambiti, per poter dare un aiuto a chi subisce violenza e ha bisogno degli strumenti necessari per uscire da situazioni insostenibili.

«Volevo dare un senso a quello che mi era successo, usare un’esperienza negativa e trasformarla in qualcosa di positivo, di utile» racconta Antonella Luongo, fondatrice dell’associazione “Donna SIcura” nel 2009. Lui, prima conoscente, poi stalker e diventa il suo aggressore: scatta il corto circuito e in pochissimo tempo l’escalation si conclude con l’episodio, coltello alla mano, proprio in ambulatorio.

Ogni episodio denunciato, fino all’ultimo. La violenza di genere è la violenza perpetrata contro donne e minori, basata sul genere, ed è ritenuta una violazione dei diritti umani.

Ma parlare di violenza e aiutare le donne a riacquistare autostima e consapevolezza di sé è molto difficile: «Una donna viene qui perché è disperata, e se ci viene è già molto avanti – spiega Antonella Luongo – ha già preso coscienza che qualcosa non va, ma non ne vuole parlare, molte volte non vuole affrontarlo. Capita dopo un colloquio che dicano di sentirsi meglio perché si sono sfogate, ma poi non ritornano».

La serie di pseudogiustificazioni di fine colloquio, come “lui è nervoso, ha perso il lavoro” o “è stressato, è il suo carattere, io lo capisco”, fa parte del circuito che rafforza la manipolazione già subita e che è ancora in corso.

«Se si riesce con lei a progettare un percorso insieme, pian piano la donna arriva col tempo a prendere coscienza che lei in quella situazione non ci vuole più stare – prosegue la fondatrice dell’associazione – di conseguenza deciderà per denuncia, allontanamento o altre soluzioni. Io lavoro a contatto con la gente: pensiamo a chi non ha tanti contatti esterni, chi è a casa dalla mattina alla sera e magari non è preparata, forse anche culturalmente, a prendere coscienza di sé».

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