C’è un pericolo che aleggia sulla partita e non è la neve. Quella può solo farci un favore.
Sia perché lascerà a casa gli spettatori passivi che di solito fanno numero, mandando allo stadio soltanto i guerriglieri, quelli che sanno di essere decisivi al di là di quanti sono (il Varese è dentro ognuno di loro, e di noi, non nella massa) e che, stretti come una palla di cannone sui distinti, si scaglieranno in campo con la squadra.
Sia perché le condizioni avventurose, da Bolzano a Cremona, dal nubifragio con il Novara alla nevicata contro il Toro, hanno sempre tirato fuori l’anima estremista, eroica e sognatrice dell’ambiente che è il nostro vero asso nella manica.
Sia perché quella croce da portare avvicinandosi al Franco Ossola con la picozza e gli scarponi, esalta la sostanza e non la forma, cioè l’essenza stessa del Varese e di questo stadio spartano, fuori dal tempo, che dalla montagna alla collina del Montello si trasforma in un triangolo delle Bermuda per chi non ne conosce l’incantesimo.
Il pericolo è altrove, contro una piccola grande squadra che ha nel dna la capacità di non morire e castigarti quando ha tutto contro (il Grosseto in B è sempre stato nessuno contro tutto), ed è quello di gestire, respirare, camminare.
Il Varese vincerà se non si farà troppe domande su come centellinare i sette diffidati, o troppe menate su come evitare l’incubo Sforzini (basta non considerarlo un incubo ma un uomo come noi).
Il Varese in un campo di battaglia come quello odierno, vincerà se troverà nei suoi uomini non tanto la classe, solo con quella chiunque può batterci, ma un’incazzatura superiore al diretto avversario.
Prendete Pucino o Momenté: se il primo deve sfogare la furia dell’esclusione, farà la differenza; se il secondo deve chiudere la bocca a qualcuno, può mangiarsi Sforzini. Prendete Kone e Carrozzieri: l’ivoriano se l’è giustamente presa per la nostra provocazione («Se va in campo pensando di essere un giocatore da serie A, finirà per essere un giocatore da Lumezzane»), al tanke difensivo restano quattro partite per zittire chi lo considera un compagnone e non un grande compagno.
Fossimo in Castori trasformeremmo questa nell’ennesima ultima partita: la neve la sciogli col fuoco, non con l’acqua santa. Il Grosseto lo batti trattandolo come il Real: con l’attacco, l’aggressione, l’intimidazione di chi ne rispetta la storia e l’onore (è in B da molto più di noi).
E se il 10 resterà ancora in panchina, poco male: il nostro Neto, anche stavolta, si chiamerà Nadarevic.
Andrea Confalonieri
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