Il problema della decrescita, per Serge Latouche, l’economista e filosofo francese ospite ieri a Ville Ponti, al convegno organizzato da Kiwanis Varese, insieme al Dipartimento di Economia dell’Università dell’Insubria, dall’Ordine e dall’Associazione dei Consulenti del Lavoro, non è che sia felice o infelice. È semplicemente una strada obbligata per garantire un futuro a noi stessi e alle prossime generazioni. Un dovere dimostrabile da fatti concreti: «La crescita è una legge della natura, ma la natura ha la saggezza di non crescere all’infinito. Le piante crescono, ma a un certo punto smettono di farlo».
Le economie globalizzate non hanno fatto però altrettanto: «Viviamo in una società di crescita capitalista, che ha messo nel suo centro la crescita per la pura crescita». Ma questo, per Latouche, non è sostenibile: «La crescita del trentennio d’oro è finita. Non tornerà mai: la crescita è morta negli anni settanta. Con la trasformazione del capitalismo produttivo in capitalismo speculativo». Ed ora che questa crescita non esiste più, «siamo in una società di crescita senza vera crescita. Cosa peggiore del mondo, perché almeno con quella crescita c’erano posti di lavoro, qualità della vita».
Ecco perché «dobbiamo uscire dalla società della crescita e inventare una società di prosperità senza crescita». Bisogna costruire un progetto di decrescita, secondo l’economista francese, che si basa su due aspetti: «Prima di tutto bisogna uscire dalla società dei consumi. Secondo, costruire una società di abbondanza frugale». La pubblicità ci da un senso di insoddisfazione, «e ci spinge a consumare sempre di più: la società dell’abbondanza è una società di frustrazione, perché ci da l’impulso a consumare sempre di più senza trovare mai soddisfazione».
Varese
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