Imu e Tasi, stangata strisciante (ma non troppo) per le aziende. La combinazione tra le due imposte arriva in media oltre alla soglia del 10 per mille: impatto notevole sugli immobili strumentali utilizzati dalle attività produttive.
In questi giorni i Consigli comunali iniziano a deliberare le aliquote Tasi per il 2014, dopo che alla prima scadenza di giugno nemmeno un Comune su cinque in provincia di Varese aveva adempiuto.
Per le imprese son dolori, visto che le città più grandi (Varese e Busto Arsizio) hanno fissato l’aliquota per gli immobili produttivi al massimo, il 2,5 per mille. Monitorando le trenta maggiori città della nostra provincia, il quadro è molto variegato, ma con un comune denominatore che non farà sorridere i nostri imprenditori: il peso del fisco locale su chi produce torna a salire in maniera preoccupante, nonostante le difficoltà della crisi.
Quello che va valutato è il combinato disposto tra l’Imu, mantenuta in vigore sugli immobili produttivi, e la nuova Tasi, che va a colpire la stessa base imponibile dell’Imu e, sostituendo la maggiorazione Tares del 2013, serve a finanziare i cosiddetti “servizi indivisibili” degli enti locali, dalle strade all’illuminazione (anche se nel piano finanziario qualche Comune ci aggiunge persino i servizi sociali).
Unico requisito imposto dal governo, il totale della somma Imu+Tasi non può superare l’aliquota massima dell’Imu (10,6 per mille, con la possibilità di sconfinare fino all’11,4, ma solo per finanziare le detrazioni Tasi sulle prime case).
Purtroppo, a causa dei tagli ai trasferimenti ai Comuni e delle ristrettezze di bilancio che soffrono un po’ tutti i sindaci, l’esito è quello che le “cassandre” prevedevano: la combinazione delle due tasse si avvicina quasi sempre all’aliquota massima del 10,6 per mille.
Va detto che in diversi Comuni la Tasi è stata azzerata sugli immobili produttivi: è il caso di Besozzo, Cassano Magnago, Somma Lombardo, Saronno, Malnate, Gavirate, Cairate. Peccato che, fatta salva qualche eccezione, l’Imu già pesava almeno per il 9,6 per mille, un’aliquota che per le imprese, soprattutto quelle che utilizzano capannoni di vaste dimensioni, è decisamente dura da sostenere. «I capannoni – fa notare il presidente di Confapi Lombardia Franco Colombo – sono i nostri principali attrezzi di lavoro, senza i quali non si fa impresa e non si genera ricchezza e occupazione. Non andrebbero tassati in nessun modo. Spremendoli si disincentiva chi produce».
Nel frattempo il centro studi della Cgia di Mestre ha stimato in 44 miliardi di euro l’effetto della tassazione patrimoniale in Italia nel 2014 (per l’89% dovuto a Imu, Tasi, imposte di bollo e di registro e bollo auto), ritornato ai livelli del 2012 quando fu introdotta l’Imu, ma il quintuplo di quanto si pagava nel 1990.
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