Uomo di scienza dal cuore nobile. Ascoltarlo raccontare l’Antartide è una poesia. Mauro Guglielmin, professore associato di Geomorfologia dell’università degli Studi dell’Insubria, da quel luogo dell’anima è appena tornato. Dal 1994 ad oggi sono 14 le spedizioni che lo hanno portato sino alla fine del mondo. Letteralmente. Dal 2001 è uno dei protagonisti del Progetto Antartide, spedizione scientifica che appoggiandosi alle basi Mario Zucchelli e Concordia studia e rileva indicatori per l’analisi del surriscaldamento globale. Strettamente connesso ai cambiamenti climatici. Guglielmin è appena tornato, si diceva, da un luogo dell’anima. «L’Antartide? L’Antartide è proprio un sogno». La voce dello studioso si scioglie quando racconta un’esperienza profonda. Due elementi chiave. Il primo è il silenzio. «Un silenzio che noi non conosciamo più – spiega – Che qui non trovi più. Nemmeno in montagna, nemmeno in vetta». Un silenzio tale «da farti ascoltare il tuo respiro mentre cammini – dice Guglielmin – O da farti sentire davvero il vento. Forse per la prima volta». Il docente cede ancora per un istante il passo all’osservatore acuto. «L’Antartide è quel luogo dove se sei credente ti senti più vicino a Dio. Se non lo sei ti senti più vicino a te stesso», spiega. Lì non ci sono case, il paesaggio muta in tutte le forme possibili dell’acqua e del gelo. La temperatura, quando è mite, non sale oltre i meno 20 gradi. Il bianco degrada nel cristallo dell’acqua. «E l’orizzonte è qualcosa di impareggiabile – dice Guglielmin – Il alcuni punti davanti a te si stende una linea dell’orizzonte lunga 200 chilometri. È infinita, non esteggiata dalle
case. E questo cambia la tua percezione oltre che del tempo, anche dello spazio. Fissi un punto e ti pare a 500 metri di distanza. Poi cammini per otto chilometri e quel punto è ancora lontano». Quel senso di immenso «per chi non è preparato può dare un senso di smarrimento. Forse di paura. Per affrontare l’Antartide devi stare bene con te stesso», spiega il professore. Che condivide anche la parte più concreta del suo lavoro alla fine del mondo. Un lavoro che verte anche sullo studio del permafrost o strato attivo, uno degli indicatori del surriscaldamento. «Non il solo. Da due anni a questa parte, così come già accadeva in Artide, abbiamo rilevato dati più elevati. E questo senza registrare aumento della temperatura dell’aria. Il che significa un accrescimento delle radiazioni solari». Studi, quelli di Guglielmin, fondamentali sotto il profilo sociale, ecologico e economico. Un peggioramento potrebbe comportare difficoltà per oleodotti o gasdotti. Le principali fonti energetiche di molti Paesi. Ma nonostante l’importanza ci si scontra «con la mancanza di risorse. O meglio, se queste risorse, non opulente, fossero gestite onestamente si potrebbe lavorare. Mancanza di ricambio del personale. Mancanza di meritocrazia. Queste spedizioni sono una piccola fotografia del nostro Paese», aggiunge Guglielmin che oggi sarà protagonista dello speciale Tg1 sull’Antartide in onda su Rai1 23.25. E tra i ghiacci scopriamo un’altra eccellenza varesina. L’Antartide di Guglielmin è un luogo unico. «Torni alla base e vieni risucchiato dalla burocrazia che è arrivata sin là. E non vedi l’ora di tornare fuori alle 8 del mattino per ritrovare lavorando quel senso di beatitudine».













