Fantasticare non costava nulla in quei giorni. Fondamentalmente perché tutto nasceva, cambiava, moriva nello spazio di poco, impedendo al tempo di agire e annacquare ogni sensazione, ogni speranza, ogni illusione. Ci si sentiva pendolari della felicità a mangiarsi quei 70 chilometri tra Casbeno e il Forum di Assago: da giovedì a domenica ogni viaggio poteva essere l’ultimo, ma nessuno in quella Citroen mezza scassata se ne curava. Giovedì: Milano. Si parte presto, dopo una mattina
passata a fissare distrattamente e inutilmente il manuale di diritto fallimentare: non c’è nozione che entri in testa, la mente pensa a Banks, a Ere, alla Coppa. Pensa che in fondo l’Armani non ci fa paura, non quest’anno. Ci sono i biglietti da prendere, palla a due alle 20.30, l’A8 diventa attesa del piacere, l’obolo da versare ai parcheggiatori di Assago la tassa per volare, l’odore di pop-corn nei corridoi del Forum il sentore del nemico.
Tutto secondo programma, compreso il fatto che “in casa giochiamo noi”. Mike Green va a due rimbalzi dalla tripla doppia, Polonara schiaccia all’indietro sulla linea di fondo, il gel sui capelli di Scariolo è sempre troppo. Non c’è partita caro Re Giorgio che guardi il mondo dietro ai tuoi occhiali scuri, non c’è. Si fa appena in tempo a correggere il pensiero mattutino: Milano, quest’anno, non ci farà mai paura. E sì, il sogno può andare avanti. Venerdì: il riposo del guerriero. Il tempo lo si passa a leggere tutto lo scibile sui giornali cittadini e nazionali, a riguardare la partita su Rete 55, a masturbarsi la mente sui tabellini, sulle cifre, sull’orgoglio di non aver sperato invano: altro che diritto fallimentare. Sabato: Roma. E stavolta si parte prestissimo, palla a due ore 17.45, destinazione piccionaia del Forum perché bisogna risparmiare, perché non finirà oggi. Non finirà oggi. Partita sporca, giochiamo male, l’odore dei pop corn stavolta nausea un po’, dove sei Banks?, dove sei Mike? Fa niente: esce Dusan, sboccia come un fiore a primavera, diventa un sicario dall’angolo quando la palla scotta. Tripla. In piccionaia ci si abbraccia, poi si corre in biglietteria per prendere un altro tagliando, quello più importante: è finale. «Ma ci pensi quanto sarebbe bello che fosse un giocatore nigeriano ad alzare da capitano una coppa per Varese?».
Domenica: Siena. Maledetta, odiatissima Siena. La tensione blocca la lingua, attorciglia lo stomaco che arrossisce davanti al pizzocchero sul desco più bello che esista al mondo. Palla a due alle ore 18, noi si parte alle 15 e sembra già troppo tardi. Stavolta si va dietro la panchina, come contro Milano, perché “in casa giochiamo noi” e nemmeno stavolta è un modo di dire. Entra la coppa e in bocca non c’è più saliva. Diciotto (diciotto) a zero (zero): perché? «Chiama timeout, chiama… questo… benedetto… timeout!». Non siamo morti, la carica la suona “Gennaro”
Talts, se lasciano giocare Bryant vedrai che rientriamo. «Fidati che rientriamo». Rientriamo davvero. Green la mette da centrocampo, siamo vivi ma è dura. Il quinto fallo di Dunston è una porcheria, ma siamo vivi, ancora vivi. Hackett: tripla. Non è giusto, hanno vinto ancora loro. Non è giusto. Le Final eight 2013 ricordate da un tifoso qualunque, le ultime vissute lontano dal divano. E nessuna sconfitta è capace di cancellare un sogno così bello, così intenso, vissuto veramente fino a quando è svanito. Lo capite cosa ci togliete gestendo così male il nostro grande amore?
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