Varese, la coda del destino ti ha sfiorato e non l’hai presa

Varese, la coda del destino ti ha sfiorato e non l’hai presa

VARESE Con affettuosa franchezza: che occasione perduta. L’occasione d’agguantare matematicamente la zona playoff, di definire il vero traguardo stagionale, d’autoconvincersi della necessità mercatale di non lasciar nulla d’intentato per conseguirlo. L’occasione, insomma, per un chiarimento identitario del Varese di quest’anno. Ci dobbiamo invece aggiornare. Ed è un peccato, perché abbiamo avuto un tris di possibilità (più un discreto contorno) per prendere la coda del destino che ci stava passando di fianco.

Tutt’e tre hanno il nome di Neto Pereira, il nostro valore aggiunto. Il nostro asso. La nostra punta di diamante. Ma gli dei del pallone non l’inducono al gesto storico, sembrano anzi congiurare perché lui lo rifiuti. E difatti va così.
Il Verona delle otto vittorie consecutive, lanciatissimo verso la A, viene inchiodato a lungo nella sua area di rigore. Appare prudente fino alla remissività. Balla in difesa, trotticchia a centrocampo, non affonda mai (salvo in una circostanza) il colpo della ripartenza tranchant.

È un Verona che si contenta. O forse no: è un Verona costretto a contentarsi. Aggredito sulle fasce (soprattutto sulla sua fascia destra), è reso incerto dalla rapidità di scambio tra Martinetti e Neto, e spesso negli anticipi in mezzo all’area mostra la velocità d’una lumaca. Lo affanna un Varese capace di trovare subito la chimica giusta, incapace di tradurre la buona formula in ottimo risultato. Però gioco arioso, fresco, vivace. Anche se il trascorrere del tempo confonde le geometrie di Carrozza, non accende d’inventiva Damonte, spegne l’aggressività di Nadarevic.

Neppure quando entra Zecchin (che malinconico spreco vederlo per un’ora in panchina, e poi segnalare le pile emozionali scariche) lo spartito cambia. Né poi con De Luca e nemmeno con Cellini. Stessa musica: lì siamo e lì restiamo, su uno 0-0 che non è il risultato (il punto) che c’interessava. Volevamo altro perché sicuri di poterlo volere, e il campo ci stava rispondendo ch’eravamo nel giusto. Il campo sì, il fato (pali compresi) no.

Anche la cifra nobiliare del Verona, naturalmente, perché non è comunque dimenticabile il rango di classifica di chi ti sta di fronte. Ma proprio questo (loro degni del secondo posto, noi degni di loro) lascia il rammarico di non aver colto ciò che si sarebbe potuto. Naturalmente un rammarico relativo, visto che siamo partiti per restare in B e non per arrivare in A.

Max Lodi

s.affolti

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