di Max Lodi
VARESE Cadel Evans, che vince il Tour con una cronometro degna di locomotive del nome di Coppi e Anquetil, è uno di noi. Di noi prealpini. Di noi varesini. Di noi gente di frontiera. Abituati a tener la testa bassa e lo spirito alto, il profilo etico della sobrietà e quello agonistico dell’esagerazione. Eticità e agonismo frequentano ambienti diversi, sportivi e non sportivi. Si presentano esibendo il marchio dell’autenticità. Cadel Evans è un tipo autentico, genuino, musclè come dicono i francesi e come diciamo anche noi, che ogni tanto francesizziamo per aver importato qualche parola grazie (a causa) dei nonni emigranti d’un tempo: musclè nell’accezione di coriaceo, tosto, mai domo.Cadel venne da queste parti molti anni fa. Viveva a Katherine, in Australia, e cominciò un’altra vita a Castronno, a casa dello scultore Pietro Scampini che gli fece conoscere le strade del circondario, le abitudini varesotte, la filosfia di vita della nostra latitudine: tenacia, riservatezza, cocciutaggine. Toh, disse Cadel, mi pare d’essere nato tra di voi. E in effetti è come se vi fosse nato. Lo adottammo intuendone la futura familiarità, e siamo stati ricambiati da un affetto che non ha mai tradito irriconoscenze.Evans ha consolidato qui l’amore per il ciclismo, e trovato quello del cuore. Il cuore che volò via al modo del suo proprietario nella cronometro di Grenoble, quando avvistò – su un tornante romantico di Gallarate – la dolcissima Chiara. Di vocazione e di mestiere musicista. Come in fondo è Cadel, che sa leggere le note del successo e suonare gli avversari, pur se tante volte gli è capitato di vedersi sottrarre lo spartito dalla sfortuna. Ha vinto un sacco, in carriera,
e però anche perduto un sacco, specie in occasioni in cui tutti gli accreditavano una sicura vittoria.Altri si sarebbero arresi al destino. Lui no. Non s’è contentato d’un formidabile mondiale conquistato a Mendrisio né di trionfi in gare di linea né di piazzamenti d’onore al Tour né d’imprese al Giro. Passavano gli anni, non la voglia di stupirsi e di stupire. Non passava la fideità nelle certezze imparate da Aldo Sassi, che ne seppe valorizzare il talento, e riassumibili nell’osservanza dei valori non negoziabili dello sport pulito. La più importante, quest’osservanza, dopo il rispetto verso la scala gerarchica dei vini: l’Amarone, il Barolo, il Sangiovese. E’ stata (è) anche questa la benzina dell’australiano di Varese. Che vive nel Canton Ticino, ma fa il pendolare della bici: si allena con i nostri corridori, sui nostri percorsi, con i nostri metodi. Un frontaliere del ciclismo d’élite . E come tutti i frontalieri, capace di sopportare i disagi più imprevedibili. Capace di sopportare perfino la solitudine: il resto dei campioni sostenuto da grandi squadre, lui sostenuto quasi esclusivamente da se stesso.Cadel è uno che sa dare colore alla vita sua e alla vita degli altri. Che ignora la tonalità del grigio. Che accende dei bagliori della generosità quanto gli sta intorno. Che merita dunque il giallo perenne d’un Tour, allo stesso modo in cui un artista vorrebbe meritare per sé e per sempre il giallo perenne d’un Van Gogh. Per lui, come recita un canto Sioux, il tramonto di ieri è stato rosso e d’oro, permettendogli di camminare (di pedalare) tra le cose belle del mondo. Grazie, Cadel, per avere regalato alla nostra ammirazione un simile tramonto.
a.confalonieri
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