Parco Mantegazza sotto sequestro: si cerca l’arma con cui Lidia Macchi fu uccisa. Il provvedimento, firmato dal sostituto procuratore generale di Milano , titolare dell’inchiesta, è stato notificato poco prima delle 9 di ieri mattina all’assessore con delega al Verde Pubblico . Un cartello all’ingresso diceva “manutenzione straordinaria del verde pubblico”. In realtà nel parco, cordonato dagli uomini della polizia di Stato, sono arrivati 15 militari dell’esercito italiano. Militari in divisa mimetica che hanno immediatamente iniziato a tracciare dei “camminamenti”, dei percorsi, suddividendoli in rettangoli con una superficie 5 metri quadrati circa. Sono partiti dall’ingresso del parco, dove ha sede l’area giochi per i bambini, e sono andati risalendo verso il castello.
Il parco resterà sotto sequestro per dieci giorni. Gli stessi militari, muniti di metal detector, passeranno al setaccio rettangolo per rettangolo. Ogni qual volta il metal detector segnalerà la presenza di oggetti metallici verrà eseguito uno scavo per recuperare l’oggetto segnalato. Si cerca l’arma, mai ritrovata, che uccise Lidia. Secondo le risultanze del referto autoptico dovrebbe essere un’arma da taglio, un coltellino, o uno stiletto, con lama lunga due i centimetri e larga al massimo due. Con quell’arma Lidia fu pugnalata 29 volte: prima al volto e al collo, poi alla mano alzata per ripararsi, quindi, una volta caduta a terra nel tentativo di sfuggire al suo assassino nel gelo dei boschi del Sass Pinì di Cittiglio, alla schiena per 16 volte a gruppi di tre fendenti in rapida successione per volta. La ragazza impiegò 15 minuti a morire secondo quanto accertato dal medico legale e morì per l’asfissia causata dalle ferite ai polmoni e per dissanguamento.
Ma perchè si cerca al parco Mantegazza? Perchè , la donna che ha riconosciuto la calligrafia di , arrestato il 15 gennaio scorso con l’accusa di aver ucciso Lidia quel 5 gennaio 1987, ha raccontato agli inquirenti di aver accompagnato lì Binda una sera, una settimana, forse due dopo il delitto. Binda disse alla Bianchi, una volta salita in auto, di non toccare un pacchetto, una sorta di sacchetto di carta
come quelli per il pane che sembrava pesante e che stava sul lato passeggero. Una volta al parco, Binda scese dall’auto e andò a buttare quel pacchetto. Si liberò così dell’arma di un delitto che dice di non aver commesso? Non sarebbe stato più prudente gettare lo stiletto nel lago facendolo così affondare per sempre che non gettarlo in un parco molto frequentato alla presenza di un testimone, tra l’altro?
Le ricerche, in ogni caso, andranno avanti sono a quando l’intera area, che ha più volte subìto interventi di ristrutturazione sin dal 1982, non sarà stata controllata. La ricerca rappresenta un tentativo estremo; difficilissimo che dopo 29 anni qualcosa venga trovato. Il parco, tra l’altro, era stato controllato un anno fa quando la Bianchi fece per la prima volta queste rivelazioni.
Il sostituto pg Manfredda ha commentato: «Anche se sono passati 29 anni non vogliamo lasciare niente di intentato, cercheremo sino alla fine». , legale difensore di Binda, ha semplicemente commentato: «Cosa penso del sequestro di parco Mantegazza? Esattamente quello che pensate voi». L’area resterà chiusa al pubblico sino al prossimo 26 febbraio. Le ricerche vengono eseguite in collaborazione con gli uomini della polizia scientifica della questura di Varese.













