Questa non è una storia di emarginazione o di miseria, il disagio non arriva da una mancata integrazione, da un rifiuto sociale, chi ha prima cercato di uccidere e poi si è dato la morte era una persona normale, forse troppo. Un uomo di mezza età, benestante, amministratore di un’azienda sana, la Tecnosteel di Brunello, di cui era socio, tre figli educati secondo le regole cristiane, una tranquilla convivenza matrimoniale, casa più che dignitosa ma senza lussi in una zona residenziale con molto verde.
Eppure Giuseppe Basso ha tentato di uccidere il secondo dei suoi figli, sedicenne, accusandolo prima di perdere tempo davanti ai videogiochi e sferrandogli tre coltellate per fortuna non mortali, poi è fuggito in azienda per uccidersi con un colpo al cuore. Con la moglie era appena tornato da messa, e forse vedere Edoardo perso davanti al computer già la mattina, ha fatto saltare il tappo della frustrazione e provocato l’accesso d’ira, in una sorta di iper compensazione dell’autorità paterna vista vacillare, da sfogare contro chi è più debole.
Gli psicologi spiegano il comportamento violento dei padri contro i figli come un desiderio inconscio di punire le madri, perché solitamente l’aggressione avviene in casi di famiglie disgregate, con separazioni o divorzi in vista, o per una presenza troppo forte della donna, con l’uomo a dipendere quasi totalmente dalla moglie e disorientato se questa viene a mancare per una malattia o un abbandono.
Questo non sembrerebbe il caso della famiglia di Morosolo, in apparenza perfetta, con i figli studenti, più o meno volonterosi a scuola ma nella norma adolescenziale, il lavoro in azienda del padre e l’attività in parrocchia della madre, e una frequentazione sociale in linea con uno stile di vita sobrio e un po’ sottotraccia, come è costume dalle nostre parti.
Ma in una quieta domenica di dicembre, con un ponte lungo e la possibilità di riposare la mente e il corpo – ma anche di stare più tempo con la famiglia e magari percepirne i difetti – un uomo altrettanto calmo, che ogni giorno si caricava di obblighi e doveri a casa e in ufficio, e forse si imponeva di mantenere una facciata di sorridente sicurezza, ha visto improvvisamente cancellato il suo ruolo di capofamiglia, di guida per i figli che gli sfuggono di mano, già più adulti e percorsi da stimoli nuovi anche se, ai suoi occhi, negativi.
Quello che colpisce nel numero crescente di omicidi o tentati omicidi nei confronti dei figli, è l’incapacità di usare la ragione, di risolvere il contrasto con le parole, ma l’uomo, affermano gli esperti, più della donna è “pulsionale”, soggetto cioè a rabbia incontrollabile quando il bilancio tra frustrazione e gratificazione pende di colpo dalla prima parte.
Così chiunque, come il timido matematico Dustin Hoffman in “Cane di paglia”, si può trasformare in un assassino, preda di un furore cieco. Il messaggio che Edoardo ha mandato a suo padre, relativo a un comportamento banale e risolvibile, ne ha minato di colpo le certezze, quelle che in un uomo normale e sensibile costituiscono i pilastri dell’esistenza e i simboli del successo personale: una bella famiglia e un lavoro gratificante.
Non a caso la tragedia si è consumata in casa e in azienda, dove Basso si è rifugiato per suicidarsi in preda al senso di colpa, forse convinto di aver ucciso il ragazzo.
Nel colpire il figlio svogliato, il padre cancellava se stesso e la sua figura di educatore, uccidendosi una prima volta prima di farlo materialmente, infilandosi una lama nel cuore nel silenzio di un ufficio deserto.













