Varese, una provincia di ricchi, ma sempre meno di imprenditori. È una delle chiavi di lettura che emerge dall’annuale ricerca de “Il Sole 24 Ore” sulla qualità della vita dei territori. Varese si piazza in quaranteseiesima posizione assoluta, recuperando dieci “gradini” rispetto alla graduatoria del 2014.Ma se il balzo più importante è quello nella categoria “tenore di vita”, con la nostra provincia che sale sul gradino più alto
del podio, dietro solo a Milano e Como, è nell’altra categoria più strettamente legata all’economia – “affari e lavoro”, che peraltro dovrebbe essere uno dei punti di forza del nostro territorio a vocazione manifatturiera – che Varese si ritrova a vegetare a metà classifica, in una 53esima posizione che è migliore (anche se di sole tre piazze) rispetto al 2014 ma che non rende onore alla nostra storia.
Anche perché due dati segnano il crollo di Varese in questa categoria: la posizione 103 per “spirito d’iniziativa”, calcolato in base al numero di imprese per abitante, e la 95 per presenza di “giovani imprenditori”.
Vuol dire davvero che siamo ancora una provincia di ricchi, ma che stiamo perdendo la vocazione del fare impresa? «Devo ammettere che sono rimasto sorpreso anch’io – commenta Mauro Colombo, direttore di Confartigianato Imprese Varese – sembra contraddittorio ma probabilmente non lo è. Il livello di benessere è ancora piuttosto elevato, la qualità della vita eccellente, i servizi pure, sia quelli resi dal privato che dalla pubblica amministrazione».
«C’è però questo fenomeno un po’ preoccupante legato alla significatività delle nuove imprese e della presenza di giovani imprenditori. Non all’altezza di altri territori, dove forse anche per necessità hanno qualche stimolo in più a fare impresa».
Ecco perché allora il sistema Varese, secondo Colombo, dovrebbe «riflettere e interrogarci se non valga la pena insistere, ancor di più di quanto si stia già facendo, nel far comprendere che il concetto di cultura d’impresa è indispensabile per dare garanzia di continuità a questo livello di benessere, che non può essere mantenuto tra una generazione e l’altra senza che ci sia poi qualcuno che la produca, questa ricchezza».
«E poi capire cosa fare per incentivare le imprese, a partire dalle amministrazioni locali attente sul fronte della tassazione e nel non porre vincoli od ostacoli alla formazione di imprese».
Ma se il tenore di vita è alto, quantomeno le potenzialità ci sono: «Forse in questa ricchezza c’è un’incidenza più significativa dei servizi e della pubblica amministrazione, dagli ospedali alle università. Ma questi settori reimpiegano la ricchezza, ora invece dobbiamo tornare essere un territorio che favorisce la nascita e la formazione di imprese».
Anche perché il dato sull’età media delle nuove aziende lascia «molto preoccupato» Mauro Colombo. «Sembra quasi che non ci sia più vocazione, quello spirito e voglia di fare impresa che le generazioni del passato avevano. O forse oggi è solo più alta in altre realtà».
Ecco che per il direttore degli Artigiani, che punta molto sulla manifattura 4.0, «recuperare la vocazione di un manifatturiero innovativo può essere sia attrattivo per i giovani che qualificante per la nostra industria».













