VARESE Unire la Provincia di Varese con la Valtellina e il Canton Ticino. È la proposta lanciata dai consiglieri comunali luganesi del Partito liberal radicale, Giordano Macchi e Roberto Badarocco. Una provocazione che i varesini, però, non vedono di buon occhio. Chi ci dipinge come ratti (l’Udc), quindi, doverà ricredersi: i varesini non sono pronti ad abbandonare la nave Italia prima che affondi. Mettendo sul piatto della bilancia il valore economico della fusione della nostra provincia con il cantone da una parte, e il valore delle nostre radici culturali dall’altra, vince il patriottismo.
«L’Italia è il mio Paese e non lo abbandonerei per nessuna ragione – commenta Barbara Frigo – Mio zio era un partigiano, ha combattuto per questo Paese, e non mi sentirei mai di tradire la nostra storia e le nostre origini per un ritorno economico». Non importa se il cantone potrebbe ridurre l’impatto della crisi, che ormai ha travolto tutta Europa. I varesini sono italiani e tali vogliono restare. «Io sono un frontaliere, ma conservo con orgoglio le mie origini italiane – spiega Giuseppe Serno – Lavoro in Svizzera e conosco i vantaggi economici che trarremmo dall’unione, almeno commerciale, con il Ticino. Ma non mi interessano». Anche perché gli svizzeri, per qualcuno, «sono un popolo freddo – aggiunge Alan Rizzi – Non vorrei rischiare di diventare come loro e non vorrei neanche averci a che fare».
Patriottismo a parte, c’è anche una buona fetta di varesini, sfiduciata dall’andamento della nostra economia e di come Governo ed enti locali stanno gestendo la crisi, che ai confini nazionali rinuncerebbe volentieri. «Se non altro per il vantaggio economico che ne deriverebbe – spiegano Paolo Del Grande e Federica Mosca – Potendo scegliere, non ci penserei due volte a dare il mio voto favorevole a questa proposta». Un’idea a cui sta lavorando l’Università della Svizzera Italiana, per valutare quali sarebbero i pro e i contro per Lugano, di un eventuale “annessione” delle economie forti di Varesotto e Valtellina. Uno studio ragionato che fornisca delle solide basi per discutere seriamente quella che, ad oggi, rimane solo una provocazione degli esponenti del Partito liberal radicale.
Per fare un po’ di fantapolitica e fantageografia, lo scenario potrebbe essere grosso modo questo. Per quanto riguarda il versante svizzero, l’italiano rimarrebbe una lingua di minoranza. Però, parlato da oltre un milione di persone in più e contando anche gli italofoni di Ticino e Grigioni, raggiungerebbe il francese. Se anche Como rientrasse nel progetto, la nostra lingua potrebbe diventare addirittura la seconda nazionale.
Sul versante italiano, invece, Varese sarebbe il terzo cantone più popoloso della Svizzera, dopo Zurigo e Berna, e al Consiglio Nazionale avrebbe diritto ad almeno quindici rappresentanti. Chiaramente sparirebbero i frontalieri, che diventerebbero a tutti gli effetti lavoratori svizzeri, e magari si sposterebbe verso sud il fenomeno del frontalierato.
Valentina Fumagalli
e.marletta
© riproduzione riservata












