La commedia all’italiana sbarca a Varese

Il critico cinematografico Mauro Gervasini ha condotto il seminario di cinema all’interno del ventaglio di eventi del Festival del Racconto 2016

Questa mattina, con il primo freddo autunnale ad incorniciare la delicata bellezza di Villa Recalcati, a Varese, si è tenuto il seminario di cinema “La commedia (all’)italiana”, condotto con maestria dal bravo critico cinematografico nostrano, Mauro Gervasini, e animato dagli acuti interventi di Bambi Lazzati, direttrice del Festival del Racconto 2016.

Alberto Sordi, Ugo Tognazzi, Vittorio Gassman e Nino Manfredi, i colonnelli di una delle più frizzanti stagioni del cinema italiano, hanno animato lo schermo di una sala consiliare della Provincia, per il gaudio dei presenti. Giovani e meno giovani, studenti e semplici appassionati, si è riso tutti insieme davanti alla cattiveria irresistibile di “Amici miei”, ci si è emozionati per il potentissimo finale di “In nome del popolo sovrano” e soprattutto si è apprezzato il genio di Dino Risi in “Una vita difficile”.

Quella di Gervasini è stata sì una lezione di cinema, ma è stata soprattutto la dimostrazione concreta di come è possibile, con dedizione, impegno e fiducia nei propri mezzi, fare della propria passione un mestiere. Da poco professore universitario, il critico si è lasciato andare ad alcune confidenze dal carattere “amarcord”, per raccontarci come è nato il suo amore per la settima – e a suo dire penultima –

arte. Negli anni ’70 la tv svizzera trasmetteva dei western; una sera, all’età di sei anni, l’incontro con “Johnny Guitar” e la folgorazione. Lentamente i gusti si sono poi evoluti e raffinati e il cinema francese è diventato la nuova casa. Infine, pochi anni fa, i romanzi di Piero Chiara fanno scattare in Mauro Gervasini il bisogno di “tornare alle origini” e di «lavare in casa i panni sporchi».

Dal suo entusiasmo palpabile per la commedia all’italiana siamo stati contagiati tutti noi spettatori, via via sempre meno passivi e più partecipi. Si ride, si ascolta con attenzione, si prendono appunti, si diventa in breve consapevoli del fatto che il cinema italiano, in alcuni suoi momenti, «non ha avuto nulla da invidiare al cinema francese o americano».

La commedia all’italiana esplode negli anni ’60 ma ha dei nobili precursori in almeno altri due generi cinematografici (i “telefoni bianchi” e il “neorealismo rosa”) ed è figlia a pieno titolo della commedia dell’arte, è uno di questi momenti magici del nostro cinema. Ma che cos’è la commedia all’italiana? Gervasini prova a spiegarlo a parole: «È una produzione cinematografica leggera che va dal 1958, anno in cui uscì nelle sale “I soliti ignoti” di Monicelli, al 1980, anno de “La terrazza” di Ettore Scola, che rappresenta una riflessione quasi post mortem. – O ancora, – È un genere comico ma anche drammatico, in cui noi ci identifichiamo sia con l’eroe che con la folla». Ma in realtà, è soltanto quando si guarda insieme una brevissima sequenza e Mauro Gervasini, in preda all’emozione, esclama «Ecco! Questa è la commedia all’italiana» che noi tutti spettatori improvvisamente capiamo, e ci entusiasmiamo con lui. Perché il cinema è specchio. Dell’anima, della società, dell’io dell’autore o dello spettatore, ma in ogni caso uno strumento di conoscenza. Incanto e disincanto, questo è il cinema e la commedia all’italiana rappresenta un esempio eccelso di ciò.

Sviluppatasi tra il boom economico e la congiuntura, è l’immagine di un’Italia che si sentiva l’America ma era ancora borgata. La commedia all’italiana non ha paura ad inscenare la fame, la morte e l’inganno. Il cuore della sua mise en scène, però, è lo spacciarsi per quel che non si è. I più ricchi, i più belli, più nobili, insomma Er più: con la narrazione, questo cinema inganna la realtà. I suoi attori non sono comici e la commedia all’italiana non suscita mai una risata superficiale, ma sempre il sorriso, o perché no, il riso un po’ sornione, un po’ maschera. La sottile arte di far ridere con intelligenza: solo pochi grandi maestri possiedono questo dono. L’Italia, negli anni ’60 e ’70, è stata davvero parecchio fortunata.

Gervasini ci ha parlato di un oggetto “feticcio” della commedia all’italiana, l’automobile, e la memoria di noi tutti è corsa alle memorabili immagini de “Il sorpasso”, forse il più acclamato tra i film di Risi. Ma esiste anche un sottofeticcio, se così si può dire, che si è reso protagonista di una scena che meglio di mille parole, come solo il cinema sa fare, racchiude il senso dell’Italia di ieri, di cui però tutti noi, oggi, siamo figli. Protagonista è sempre Gassman, in una sequenza de “Il successo”, film del ’63 diretto da Mauro Morassi. Avete presente quelle scene tipiche dei film hollywoodiani, dove il protagonista apre con noncuranza il frigorifero e lo trova sempre pieno di ogni ben di dio? Bene, al povero Gassman, che affamato nel cuore della notte si riversa sul suo elettrodomestico, la scena si presenta ben diversa: «Nei film americani c’è sempre la coscia di pollo ‒ borbotta tra sé – a casa mia mezzo limone mummificato». Questa l’Italia che con (l’illusione) del benessere diffuso, le sue contraddizioni, i suoi flussi migratori interni che hanno fatto poi virare verso il regionalismo (n.d.a. l’uso massiccio dei dialetti nella produzione cinematografica) è stata la linfa vitale di una grande stagione cinematografica, tutta nostrana.

Il quadro comico ma amaro non vi spaventi, signori: «La situazione è grave, ma non seria», come direbbe Ennio Flaiano.