Alcatraz arriva in aula: ieri si è aperto il processo ai cinque agenti della polizia penitenziaria accusati di aver favorito l’evasione di tre detenuti. Lo Stato Italiano ieri si è costituito parte civile chiedendo un risarcimento in solido di 30 mila euro per i danni di immagine causati all’istituzione dal comportamento degli agenti. Per loro, il pubblico ministero che ha coordinato le indagini, ha chiesto e ottenuto il giudizio immediato.
Sul banco degli imputati , 45 anni, assistente capo, e quattro agenti: di 55 anni, di 57 anni, di 28 anni, di 40 anni, arrestati lo scorso 9 dicembre con una task force che ha coinvolto polizia penitenziaria, carabinieri, polizia di Stato e guardia di finanza.
Ieri è stata fatta l’ammissione di prove e testimoni: l’udienza è stata aggiornata al prossimo 10 dicembre. Quando sarà ascoltato , comandante della Penitenziaria di Varese. Il pestaggio di Croci e del suo vice sarebbe stata una delle “ricompense” richieste da alcuni agenti ai tre detenuti per agevolarne l’evasioni. Croci e il vice seguivano le regole e davano fastidio: andavano picchiati perché si convincessero ad andarsene.
L’indagine fece scalpore anche per altro. Sempre parlando di ricompense per l’accusa i cinque avrebbero ottenuto sesso gratis in cambio del favoreggiamento della fuga. Dei tre evasi fuggiti il 21 febbraio 2013, , 31 anni, 30 anni e 25 anni, tutti romeni, Miclea era “specializzato” nello sfruttamento della prostituzione. Miclea, si scoprirà poi, gestiva anche dal carcere un ampia batteria di ragazze che, all’occorrenza, si sarebbero rese disponibili ad incontri hot gratuiti con gli agenti finiti nel mirino dell’autorità giudiziaria.
Durante le perquisizioni gli inquirenti hanno trovato anche una chiavetta usb riconducibile a uno degli agenti contenenti immagini ad alto tasso erotico. Il sesso, per quanto ricostruito dagli inquirenti, permea la vicenda. I cinque avrebbero perfino fatto entrare in carcere un cellulare destinato a Miclea per coordinare i sopralluoghi all’esterno del carcere sulle vie di fuga da utilizzare. Il cellulare lo avrebbe portato in carcere una delle ragazze di Miclea nascondendolo nella cavità vaginale.
I cinque, a vario titolo, avrebbero fornito la mappa del percorso da seguire entro il carcere per evitare le telecamere di videosorveglianza, fatto entrare cellulari e le lime usate dai tre per segare le sbarre della cella, ignorato i rumori del taglio sbarre e ritardato l’allarme evasione di un’ora e mezza per consentire ai tre di guadagnare un buon vantaggio. Ma da sempre si dichiarano estranei ai fatti contestati.













