di Andrea ConfalonieriLa cosa più bella che non è cambiata, e mai cambierà rispetto alla serie A sfiorata da Sogliano e Sannino, è questa: quando vince il Varese, siamo contenti. Persino di una minuscola vittoria contro l’Albinoleffe che, però, ha nel petto qualcosa che batte forte. Più forte del dolore per quattro partite e quattro mesi senza successi veri. Più forte dello sforzo disumano per rendersi conto che gli eroi e le imprese non tornano (di sicuro non subito, certamente con volti diversi) o che dopo il primo amore è difficile trovarne un secondo. Più forte della diversità di vedute – ma la diversità arricchisce – rispetto agli allenamenti a porte chiuse (nella piccola Varese se ti dividi e ti isoli di fronte ai colossi, alla lunga muori). Più forte del tributo rappresentato dall’evitabile umiliazione di Cellini: si mangia il gol della vita ed è sostituito, seppellito dalla furia dello stadio. È figlia dell’amore, ma fa male.Quando vince il Varese è festa per una settimana in ogni angolo d’Italia. Perfino in un albergo di Reggio Calabria dove, per i prossimi sei mesi, vivrà uno dei più commoventi e coinvolgenti tifosi come il giudice Tiziano Masini: su e giù come una belva in gabbia per novanta minuti davanti a Sky, a mille chilometri dalla trincea di Masnago, il suo cuore biancorosso ha palpitato fino quasi a scoppiare al gol di De Luca, figlio di Masnago ed erede di Pisano. «Ho le lacrime agli occhi – dice Tiziano – perché una vittoria del Varese mi cambia la vita. Ora vado a esporre la bandiera fuori dal balcone. Questa, per me e per voi, dev’essere l’unica squadra. Io lotto da qui».Quando vince il Varese è festa ed è un’esplosione di forza e coraggio anche in un reparto dell’ospedale di
Circolo dove, attaccato alla radiolina (e alla vita), c’è il papà del nostro Filippo Brusa. Un papà nato e cresciuto sui gradoni di Masnago, un papà che ha trascinato allo stadio il figlio e gli amici dei figli allargando l’oceano biancorosso. Un papà che per il suo Varese (suo figlio) lotta da leone. «Se non ci sono nemici più grandi e grossi di noi, che gusto c’è a chiamarsi Varese e a batterli?». Ogni mezza sconfitta che si trasforma in una vittoria, come quella di ieri, è un esempio per lui. Ogni boato che continuerà a uscire da quella radiolina in ospedale, è un esempio (un segnale) per noi. Quando vince il Varese è festa anche in quella casa di Bobbiate da cui ieri, per la prima volta dopo tanti anni, non è uscita la carrozzina di Alfredo Luini per raggiungere il suo posto accanto alla panchina di Carbone. Alfredo, ci sei mancato e ci manchi. I cori della curva, se non li lanci tu, chi deve farlo? Vedi di non fare scherzi.Uno, cento, mille, tremila Tiziano Masini. Tremila Rinaldo Brusa. Tremila Alfredo Luini. Quando la bufera sferza lo stadio, scaricando pioggia dalla montagna, insieme a un 1-1 che è la pietra tombale sull’allenatore Benny Carbone, sulle speranze di riscatto, sul grande calcio riconquistato dopo 25 anni, quei tremila cuori al vento compiono un balzo lungo quanto quello dall’Eccellenza alla B. Che consiste in questo: sfiorare il paradiso con un dito e perderlo è facile, evitare di cadere all’inferno perché quel dito continua a puntare il paradiso è molto più dura. Perché bisogna fare la cosa più semplice (quando sei abituato ai miracoli, non è poi così semplice). Cioè urlare assieme come facemmo quel giorno contro la Cremonese, come amici e come bambini: «Serie B, Serie B».
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