Sottili si gioca la vita? No, se la gioca il Varese

Se domenica è la partita della vita per Stefano Sottili, lo è soprattutto per noi (per voi, per la società, per tutti: per il Varese che è uno e unito o non è nessuno). Perché, come disse una volta Peo Maroso indicando con l’indice l’omino di turno che sedeva sulla panchina di Masnago più vicina alla curva Nord: «Finché quello è l’allenatore del Varese, è il mio e il nostro allenatore».

Chi entrasse allo stadio pensando d’urlare a priori una frase come “Sottili go home” (commento apparso sulla pagina Facebook del club; per non parlare d’un ingiusto e intollerabile “Ganz e il suo preparatore in prima squadra” perché pubblicato direttamente da un dipendente della società: fuga di notizie o dilettanti allo sbaraglio?) non si comporterebbe da tifoso del Varese ma del Crotone. E farebbe prima ad accomodarsi in curva Sud e a tifare subito contro, invece d’aspettare una testa che non rotolerà. Perché se Sottili ha sbagliato nelle ultime sei partite (tre punti), noi abbiamo sbagliato con lui o più di lui.

Sottili ha sbagliato (ma in quanti, alla prima B della sua vita, l’hanno aiutato a non sbagliare?): a questi livelli non puoi ruotare titolari e ruoli come se fossero figurine da appiccicare all’avversario di turno o alle tue personalissime idee di calcio; e non puoi mettere in campo come se nulla fosse chi non ha la partita nelle gambe dopo mesi di tribuna. In B a fine partita (soprattutto qui: siamo fatti così, forse sbagliati) devi sapere anche chiedere scusa. In

B non puoi pensare di guidare il Varese come se fosse uguale a tutte le altre squadre del mondo ma devi fiutarlo, personalizzarlo e usmarne la strana umanità e non la tecnica o la tattica perché la nostra storia, e la nostra B, non è costruita su questioni tattiche o tecniche ma su un estremismo, sulla capacità d’azzardare, su un retroterra operaio/rivoluzionario che non può essere normalizzato da scelte a tavolino che ne scoloriscono l’identità fino ad annullarla.

Ma gli errori di Sottili emergono con più evidenza solo perché era partito azzeccando tutto.

Prima delle ultime sei partite ce n’erano state altre sette, basta non avere la memoria corta.

Non si bruciano così le persone che lavorano bene e a testa bassa per il Varese come Sottili e non si bruciano quelle lunghe ore di bel calcio in cui tutti ci eravamo esaltati grazie a questo tecnico: l’ora di Cesena, l’ora di Avellino, l’ora con il Pescara, l’oretta finale con la Reggina e la Ternana, l’ora di Palermo, l’ora di Padova (la prima) e perfino l’oretta – stando lunghi – che comprende gli approcci alla partita con la Juve Stabia, il Trapani e perfino l’Empoli.

È il momento di aiutare Sottili, di spingerlo e ritrovarlo, di sostenerlo e rincuorarlo perché quella scintilla di vita, imprevedibilità e coraggio che aveva saputo riaccendere in una squadra (in un ambiente) che arrivava da un anno di noia, apatia e lunghi coltelli da qualche parte è ancora accesa: va riportata in superficie.

È il momento di pregare Sottili perché faccia semplicemente quello che aveva cominciato a fare benissimo, senza inventarsi nulla: si giochi la partita della vita (la nostra vita) gettando in campo quelli che in queste 13 giornate hanno corso più di tutti (il Varese è corsa, non calcolo, ed è per questo che preferisce vivere o morire rischiando di andarsi a schiantare con Lazaar, Fiamozzi e Forte: i giovani, qui, non tradiscono mai), quelli che hanno fatto la guerra più degli altri (Franco, Ely), quelli che devono o possono dare al Varese qualcosa in più (Pavoletti, Neto, Corti).

Non è il momento di andare negli spogliatoi a comunicare semplicemente una decisione («Tu non giochi e tu, invece, sì») ma per guardare tutti negli occhi e vedere chi se la sente e ha la faccia giusta da chi non ce la fa o non ce l’ha più, perché vorremmo vedere un gol a Masnago e, subito dopo, un abbraccio a Sottili. Non per salvare il tecnico ma per salvare il gruppo.

È l’ora di sostituire all’infinito e sterile possesso palla che sembra essersi impadronito della squadra il rumore della tromba che ordinava l’attacco appena i quattro terzini Laverone, Franco, Fiamozzi e Lazaar rubavano palla ai giocatori del Pescara, fiondandosi in porta come cavallette.

È il momento di dire ai giocatori: non accontentatevi di fare il compitino o di occupare il vostro ruolo, non permettete a nessuno domenica sera di potervi additare con le solite banalità e l’aria fritta del calcio (avete giocato contro l’allenatore).

Si è giocatori (tifosi, dirigenti) del Varese in campo ma soprattutto in panchina e in tribuna. Stando uniti dietro alla stessa baionetta per combattere una sola guerra. La baionetta è quella di Sottili e noi siamo il suo esercito (senza quello, lui forse perde la panchina, ma noi perdiamo la dignità). «Finché quello è l’allenatore del Varese, è il mio e il nostro allenatore».

Varese

© riproduzione riservata